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LE
AVVENTURE DI PINOCCHIO
1s
65'^ migliaio
r
2^1 r;
e. eoLLODi
Le
Pinocch
Anciittirc
di
*^!^-
storia di un burattino
illustrata
da
CARLO CHIOSTRI
Incisioni di A. Bongini
NnoYa edizione
FIRENZE
R. Bemporad & Figlio ■ Editori.
PROPKIETA LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD à FIGLIO
12 - 1902. — Tip. di V. Sieni, Corso de' Tintori, Firenze.
^k^-''^^ii
I.
Como andò che Maestro Ciliegia, Megnamc
trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino.
— C'era una volta....
— Un re! -diranno subito i miei piccoli lettori.
— Ko, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta
un pezzo di legno.
Kon era un legno di lusso, ma un semplice
pezzo da catasta, di quelli che d' inverno si met-
tono nelle stufe e nei caminetti per accendere
il fuoco e per riscaldare le stanze.
— T) —
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un
bel giorno' questo pezzo di legno capitò nella bot-
tega di un vecchio falegname, il quale aveva
nome mastr' Antonio, se non che tutti lo chia-
mavano maestro Ciliegia, per via della punta del
sentì nna vocina sottile sottile.
SUO naso, che era sempre lustra e paonazza, come
una ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo
di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina
di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
— Questo legno è capitato a tempo; voglio
servirmene per fare una gamba di tavolino. —
— 7 — •
Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per
cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo;
ma quando fu lì per lasciare andare la prima
asciata, rimase col braccio sospeso in aria, per-
chè sentì una vocina sottile sottile, che disse
raccomandandosi:
— Non mi picchiar tanto forte! —
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di
maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per
vedere di dove mai poteva essere uscita quella vo-
cina, e non vide nessuno ! Guardò sotto il banco,
e nessuno : guardò dentro un armadio che stava
sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbèllo
dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l'uscio
di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada,
e nessuno. O dunque?...
— Ho capito; — disse allora ridendo e gTat-
tandosi la parrucca — si vede che quella vocina
me la son figurata io. Eimettiamoci a lavo-
rare. —
E ripresa l' ascia in mano, tirò giù un solennis-
simo colpo sul pezzo di legno.
— Ohi! tu m'hai fatto male! — gridò ramma-
ricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco,
cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca
— 8 —
spalancati e colla lingna giù ciondoloni fino al
mento, come nn mascherone da fontana.
Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a
dire tremando e balbettando dallo spavento:
— Ma di dove sarà uscita questa vocina che
ha detto ohi ?... Eppure qui non e' è anima viva.
Ohe sia per caso questo pezzo di legno che abbia
imparato a piangere e a lamentarsi come un bam-
bino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo
qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti
gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da far bollire
una pentola di fagioli.... O dunque? Ohe ci sia na-
scosto dentro qualcuno! Se c'è nascosto qualcuno,
tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io! —
E così dicendo, agguantò con tutt' e due le
mani quel povero pezzo di legno, e si pose a
sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della
stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era
qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due
minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci mi-
nuti, e nulla!
— - Ho capito — disse allora sforzandosi di ri-
dere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella
vocina che ha detto olii, me la son figurata io!
Eimettiamoci a lavorare. —
E perchè gli era entrato addosso una gran
— 9 —
paura, si provò a canterellare per farsi un po' di
coraggio.
Intanto, i^osata da una parte l'ascia, prese in
mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento
il pezzo di legno ; ma nel mentre che lo piallava
in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse
ridendo :
— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! —
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde
giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si
trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta
del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli
era diventata turchina dalla gran x>ai^i'?^'
pyyyyy^y^'^w g gfy;
ti;;::;i;r
IL
Maestro Cilirgìa regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto,
il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso,
che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.
In quel punto fu bussato alla porta.
— Passate pure, — disse il falegname, senza
aver la forza di rizzarsi in piedi.
CViQstvi
TJn vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto.
Allora entrò in bottega un vecchietto tutto ar-
zillo, il quale aveva nome Geppetto ; ma i ragazzi
del vicinato, quando lo volevano far montare su
— 11 —
tutte le furie, lo cliiamavano col soprannome di
Polendina, a motivo della sua parrucca gialla,
che somigliava moltissimo alla polendina di gran-
turco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo
Polendina ! Diventava subito una bestia, e non
c'era più verso di tenerlo.
— Buon giorno, mastr' Antonio, — disse Gep-
petto. — Ohe cosa fate costì per terra?
— Insegno l'abbaco alle formicole.
— Buon prò vi faccia.
— Chi vi ha portato da me, compar Gep-
petto ?
— Le gambe. Sappiate, mastr' Antonio, che son
venuto da voi, per chiedervi un favore.
— Eccomi qui, pronto a servirvi, — replicò il
falegname rizzandosi su i ginocchi.
— Stamani m' è piovuta nel cervello un'idea.
— Sentiamola.
— Ho pensato di fabbricarmi da me un bel bu-
rattino di legno : ma un burattino maraviglioso,
che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti
mortali. Con questo burattino voglio girare il
mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bic-
chier di vino: che ve ne pare!
— Bravo Polendina ! — gTidò la solita vocina,
che non si capiva di dove uscisse.
— 12 —
A sentirsi cliiainar Polendina, compar Geppetto
diventò rosso come un peperone dalla bizza, e vol-
tandosi verso il falegname, gli disse imbestialito :
— Percliè mi offendete?
— Chi vi offende?
— Mi avete detto Polendina!
— Non sono stato io.
— Sta' un po' a vedere che sarò shito io! Io
dico che siete stato voi.
— No!
— Sì!
— No!
— Sì! —
E riscaldandosi sempre piii, vennero dalle pa-
role ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffia-
rono, si morsero e si sbertucciarono.
Finito il combattimento, mastr' Antonio si trovò
fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Gep-
petto si accòrse di avere in bocca la parrucca
brizzolata del falegname.
— Bendimi la mia parrucca! — gridò ma-
str'Antonio.
— E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. —
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di
loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giu-
rarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
— Dunque, compar Geppetto, — disse il fale-
— 13 —
gname in segno di pace fatta — qua! è il piacer^
che volete da me?
— Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio
burattino; me lo date! —
Mastr' Antonio, tutto contento, andò subito a
prendere sul banco quel pezzo del legno che era
stato cagione a lui di tante paure. Ma quando
fu lì per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno
dette uno scossone, e sgusciandogli violente-
mente dalle mani, andò a battere con forza negli
stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.
— Ah! gli è con questo bel garbo, mastr' An-
tonio, che voi regalate la vostra roba? M'avete
quasi azzoppito !...
— Vi giuro che non sono stato io!
— Allora sarò stato io!...
— La colpa è tutta di questo legno....
— Lo so che è del legno: ma siete voi che
me l'avete tirato nelle gambe!
— Io non ve 1' ho tirato !
— Bugiardo!
— Geppetto, non mi offendete : se no vi chiamo
Polendina!...
— Asino !
— Polendina!
— Somaro !
— Polendina
— 14 —
w — Brutto scimmiotto!
— Polendina ! —
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta,
Geppetto perse il lume degli occhi, si avventò sul
falegname e lì se ne dettero un sacco e una sporta.
A battaglia finita, mastr' Antonio si trovò due
graffi di più sul naso, e quell'altro due bottoni
di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo
i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di
rimanere buoni amici per tutta la vita.
Intanto Geppetto prese con sé il suo bravo
pezzo di legno, e ringraziato mastr' Antonio, se
ne tornò zoppicando a casa.
IH.
Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il bu-
rattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie
del burattino.
La casa di Geppetto era una stanzina terrena,
che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia
non poteva esser più semplice: una seggiola cat-
tiva, un letto poco buono e un tavolino tutto
rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un
caminetto col fuoco acceso ; ma il fuoco era
dipinto, e accanto al fuoco e' era dipinta un pen-
tola che bolliva allegramente e mandava fuori
una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.
Appena entrato in casa, Geppetto prese subito
gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare
il suo burattino.
— Che nome gli metterò ? — disse fra sé e
sé. — Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome
gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia
intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia
la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la pas-
savano bene. Il più ricco di loro chiedeva l' ele-
mosina?^
— 16
Quando ebbe trovato il nome al suo burattino,
allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece
subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.
Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia
Più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso
impertinente diventava Inngo.
quando si accòrse che gli occhi si movevano e
che lo guardavano fìsso fìsso.
Geppetto vedendosi guardare da quei due oc-
chi di legno, se n'ebbe quasi per male, e disse
con accento risentito:
— Occhiacci di legno, perchè mi guardate ? —
Nessuno rispose.
Allora, dopo gli occhi gli fece il naso; ma il
naso, appena fatto, cominciò a crescere: e ere-
— 17 —
sci, cresci, cresci, diventò in pochi minuti un na-
sone elle non finiva mai.
Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo ;
ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel
naso impertinente diventava lungo.
Dopo il naso gli fece la bocca.
La bocca non era ancora finita di fare, che co-
minciò subito a ridere e a canzonarlo.
— Smetti di ridere ! — disse Geppetto imper-
malito; ma fu come dire al muro.
— Smetti di ridere, ti ripeto ! — urlò con voce
minacciosa.
Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò
fuori tutta la lingua.
Gejjpetto, per non guastare i fatti suoi, finse
di non avvedersene, e continuò a lavorare. Dopo
la bocca gli fece il mento, poi il collo, poi le
spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.
Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi
via la parrucca dal capo. Si voltò in su, e che
cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano
del burattino.
— Pinocchio !... rendimi subito la mia par-
rucca ! —
E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca,
se la messe in cai30 per sé, rimanendovi sotto
mezzo affogato.
-- 18 —
A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto
si fece tristo e melanconico, come non era stato
mai in vita sua: e voltandosi verso Pinocchio,
gli disse:
— Birba d' un figliuolo ! Non sei ancora finito
-.•:^^ ^ . ^
E Pinocciiio, invece di rendergli la parrucca, se la messe
in capo per sé....
di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo
padre! Male, ragazzo mio, male! —
E si rasciugò una lacrima.
Eestavano sempre da fare le gambe e i piedi.
Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi,
sentì arrivarsi un talcio sulla punta del naso.
— 19 —
— Me lo merito — disse allora fra sé. — Do-
vevo pensarci prima ! Ormai è tardi ! —
Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò
in terra, sul pavimento della stanza, per farlo
camminare.
Pinocchio aveva le gambe aggrancliite e non
sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per
— Piglialo! piglialo! — urlava Geppetto.
la mano per insegnargli a mettere un passo die-
tro l'altro.
Quando le gambe gli si furono sgranchite. Pi-
nocchio cominciò a camminare da sé e a correre
per la stanza; finché, infilata la porta di casa,
saltò nella strada e si détte a scappare.
E il povero Geppetto a corrergli dietro senza
poterlo raggiungere, perché quel bii'ichino di Pi-
— 20 —
nocchio andava a salti come nna lepre, e bat-
tendo i suoi piedi di legno sul lastrico della
strada, faceva un fracasso come venti paia di
zoccoli da contadini.
— Piglialo ! piglialo ! — urlava Geppetto ; ma
la gente che era per la via, vedendo questo bu-
rattino di legno, che correva come un barbero,
si fermava incantata a guardarlo, e rideva, ri-
deva e rideva, da non poterselo figurare.
Alla fine, e per bidona fortuna, capitò un ca-
rabiniere il quale, sentendo tutto quello schia-
mazzo, e credendo si trattasse di un puledro che
avesse levata la mano al padrone, si piantò co-
raggiosamente a gambe larghe in mezzo alla
strada, con F animo risoluto di fermarlo e di im-
pedire il caso di maggiori disgrazie.
Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano
del carabiniere, che barricava tutta la strada.,
s'ingegnò di passargli, per sorpresa, framezzo
alle gambe, e invece fece fiasco.
Il carabiniere, senza punto smuoversi lo ac-
ciuffò pulitamente per il naso (era un nasone
spropositato, che pareva fatto apposta per essere
acchiappato dai carabinieri) e lo riconsegnò nelle
proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di
correzione, voleva dargli subito una buona tira-
tina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase, quan-
— 21 —
do nel cercargli gli orecchi non gli riuscì di po-
terli trovare: e sapete perchè? perchè, nella furia
di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli.
^wevxc
Lo acciuffò pulitamente per il naso....
Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo
riconduceva indietro, gli disse tentennando mi-
nacciosamente il capo:
— Andiamo subito a casa. Quando saremo a
casa, non dubitare che faremo i nostri conti! — •
— 22 —
Pinocchio, a questa antilona, si buttò per terra,
e non volle più camminare. Intanto i curiosi e
i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno
e a far capannello.
Ohi ne diceva una, chi un'altra.
— Povero burattino ! — dicevano alcuni — ha
ragione a non voler tornare a casa! Ohi lo sa come
10 picchierebbe quelP omaccio di Geppetto !... —
E gli altri soggiungevano malignamente:
— Quel Geppetto pare un galantuomo ! ma è
un vero tiranno, coi ragazzi! Se gli lasciano quel
povero burattino fra le mani, è capacissimo di
farlo a pezzi ! —
Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il
carabiniere rimesse in libertà Pinocchio, e con-
dusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto.
11 quale non avendo parole lì per lì per difen-
dersi, piangeva come un vitellino, e neir avviarsi
verso il carcere, balbettava singhiozzando:
— Sciagurato figliuolo ! E i)ensare che ho pe-
nato tanto a farlo un burattino per bene! Ma
mi sta il dovere ! Dovevo pensarci prima !... —
Quello che accadde dopo, è una storia così
strana, da non potersi quasi credere, e ve la
racconterò in quest'altri capitoli.
IV.
La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come
i ragazzi cattivi lianno a iioja di sentirsi correggere da chi
ne sa più di loro.
Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero
Geppetto era condotto senza sua colica in pri-
gione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero
dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe
giù attraverso ai campi, i)er far più presto a tor-
narsene a casa; e nella gran furia del correre
saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi
pieni d' acqua, tale e quale come avrebbe potuto
fare lui capretto o un leprottino inseguito dai
cacciatori.
Giunto dinanzi a casa, trovò l'uscio di strada
socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe
messo tanto di i)aletto, si gettò a sedere per
terra, lasciando andare un gran sospirone di con-
tentezza.
Ma quella contentezza durò poco, perchè sentì
nella stanza qualcuno che fece:
— Cri-cri-cri !
— 24 —
— Olii è che mi chiama? — disse Pinocchio
tutto impaurito.
— Sono io ! ^-
Pinocchio si voltò, e 'vide un grosso grillo che
saliva lentamente su su per il muro.
— Dimmi, Grillo, e tu chi sei I
— Io sono il Grillo-parlante, e abito in que-
sta stanza da più di cent'anni.
— Oggi però questa stanza è mia, — disse
il burattino ^ e se vuoi farmi uh vero pia-
cere, vattene subito, senza nemmeno voltarsi in-
dietro.
— Io non me ne anderò di qui, — rispose il
Grillo — se prima non ti avrò detto una gran
verità.
— Dimmela, e spicciati.
— Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro
genitori, e che abbandonano capricciosamente
la casa paterna. Xon avranno mai bene in que-
sto mondo; e prima o poi dovranno pentirsene
amaramente.
— Canta pure. Grillo mio, come ti pare e piace:
ma io so che domani, all' alba, voglio andarmene
di qui, perchè se rimango qui, avverrà a me
quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale
a dire mi manderanno a scuola, e per amore o
per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela
— 25 —
iu confidenza, di studiare non ho punta voglia
e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e
a salire su per gli alberi a prendere gii uccel-
lini di nido.
— Povero grullerello!- Ma non sai che, fa-
cendo così, diventerai da grande un bellissimo
somaro, e che tutti si piglieranno gioco di te 1
— Chetati, grillaecio del mal' augurio ! — gridò
Pinocchio.
Ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece
di aversi a male di questa impertinenza, con-
tinuò con lo stesso tono di voce:
— E se non ti garba di andare a scuola, per-
chè non impari almeno un mestiere tanto da
guadagnarti onestamente un pezzo di panel
— Vuoi che te lo dica ! — rei)licò Pinocchio,
che cominciava a perdere la pazienza. — Fra i
mestieri del mondo non ce n' è che uno solo, che
veramente mi vada a genio.
— r E questo mestiere sarebbe 1
— Quello di mangiare, bere, dormire, diver-
tirmi, e fare dalla mattina alla sera la vita del
vagabondo.
— Per tua regola — disse il Grillo-parlante
con la sua solita calma — tutti quelli che fanno
codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo
spedale o in prigione.
— 2G —
— Bada, grillaccio del mal' augurio !... se mi
monta la bizza, guai a te!...
— Povero Pinocchio: mi fai proimo compas-
sione!... 1
— Perchè ti faccio compas-
sione 1
— Perchè sei un burattino e,
quel che è peggio, perchè hai la
testa Ui legno. —
A queste ultime parole, Pi-
nocchio saltò su tutt' infuriato,
e preso di sul banco un
martello di legno, lo sca-
gliò contro il Grillo-par-
lante.
Forse non credeva
nemmeno di colpirlo ;
ma disgraziatamente lo
colse per l'appunto nel
capo, tanto che il po-
vero Grillo ebbe appena
il fiato di fare crì-crì-crì^ e poi rimase lì stecchito
e appiccicato alla x^^i'ete.
CIP
Preso di sul banco un raartello di le-
gno, lo scagliò contro il Gì ilio parlante.
V.
Piuoccliio lia fame e cerca un uovo per farsi mia frittata;
ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.
Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio,
ricordandosi che non aveva mangiato nulla, sentì
un' uggiolina allo stomaco, che somigliava mol-
tissimo all'appetito.
Ma l'appetito dei ragazzi cammina presto, e
difatti, dopo pochi minuti l'appetito diventò
fame, e la fame, dal vedere al non vedere si
convertì in una fame da lupi, in una fame da
tagliarsi col coltello.
Il povero Pinocchio corse subito al focolare
dove c'era una pentola che bolliva, e fece l'atto
di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse
dentro: ma la pentola era dipinta sul muro.
Immaginatevi come restò. Il suo naso, che era
già lungo, gli diventò più lungo almeno quat-
tro dita.
Allora si détte a correre per la stanza e a fru-
gare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli
— 28 —
ili cerca di un po' di pane, magari un po' di ijan
secco, un crosterello, nn osso avanzato al cane,
un po' di polenta muffita, una lisca di pesce, un
nocciolo di ciliegia, insomma qualche cosa da
masticare: ma non trovò nulla, [il gran nulla,
proprio nulla.
E intanto la fame cresceva, e cresceva sem-
pre: e il povero Pinocchio non aveva altro sol-
lievo che quello di sbadigliare e faceva degli
sbadigli così lunghi, che qualche volta la bocca
gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sba-
digliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli
andava via.
Allora piangendo e disperandosi, diceva:
— Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto
male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di
casa.... Se il mio babbo fosse qui ora non mi
troverei a morire di sbadigli ! Oh ! che brutta
malattia che è la fame ! —
Quand' ecco che gli parve di vedere nel monte
della spazzatura qualche cosa di tondo e di
bianco, che somigliava tutto ad un uovo di gal-
lina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un
punto solo. Era un uovo davvero.
La gioia del burattino è impossibile descri-
verla: bisogna sapersela figurare. Credendo quasi
che fosse un sogno, si rigirava quest'uovo fra
— 29 —
le mani, e lo toccava e lo baciaA^a e baciandolo
diceva :
— E ora come dovrò cuocerlo? ^e farò una
frittata!... ]S"o, è meglio cuocerlo nel piatto!...
o non sarebbe più saporito se lo friggessi in pa-
della! O se invece lo cuocessi a uso uovo a bere!
^o, la più lesta di tutte è di cuocerlo nel piatto
o nel tegamino: ho troi^pa voglia di mangiar-
melo ! —
Detto fatto, pose un tegamino sopra un cal-
dano pieno di brace accesa : messe nel tegamino,
invece d'olio o di burro, un po' d'acqua: e quando
l'acqua i)rincii)iò a fumare, tac !... spezzò il gu-
scio dell'uovo, e fece l'atto di scodellarvelo
dentro.
Ma invece della chiara e del torlo scappò fuori
un pulcino tutto allegro e complimentoso, il
quale facendo una bella riverenza disse:
— Mille grazie, signor Pinocchio, d' avermi
risparmiata la fatica di rompere il guscio! Ar-
ri vedell a, stia bene e tanti saluti a casa ! —
Ciò detto, distese le ali, e, infilata la finestra
che era aperta, se ne volò via a perdita d' occhio.
Il povero burattino rimase lì, come incantato,
cogli occhi fìssi, colla bocca aperta e coi gusci
dell' uovo in mano. Iliavutosi, peraltro, dal primo
sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare,
— 30 —
a battere i piedi in terra per la disperazione, e
piangendo diceva:
— Eppure il Grillo-parlante aveva ragione !
Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo
fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame.
Eh ! che brutta malattia che è la fame !... —
E perchè il corpo gli seguitava a brontolare
più che mai, e non sapeva come fare a chetarlo,
pensò di uscir di casa e di dare una scappata al
paesello vicino, nella speranza di trovare qual-
che persona caritatevole, che gU lacesse V elemo-
sina di un po' di pane.
VI.
Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano,
e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.
Per r appunto era una nottataccia d' inferno.
Tonava forte forte, lampeggiava come se il cielo
pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapaz-
zone, fischiando rabbiosamente e sollevando un
immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e ci-
golare tutti gli alberi della campagna.
Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e
dei lamj)i : se non che la fame era più forte della
paura: motivo per cui accostò P uscio di casa, e
presa la carriera, in un centinaio di salti arrivò
fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso,
come un can da caccia.
Ma trovò tutto buio e tutto deserto. Le bot-
teghe erano chiuse; le porte di casa chiuse, le
finestre chiuse, e nella strada nemmeno un cane.
Pareva il paese dei morti.
Allora Pinocchio, i)reso dalla disperazione e
dalla fame, si attaccò al campanello d'una casa, e
cominciò a sonare a distesa, dicendo dentro di sé :
— Qualcuno si affaccerà. —
32 —
Difatti si affacciò un veccliio, col berretto da
uotte in capo, il quale gridò tutto stizzito:
— Ohe cosa volete a quest'ora!
Hi "il <x mi V» /■ ,
Tornò a casa bagnato come un pulcino....
— Ohe mi fareste il piacere di darrai un po' di
pane?
— Aspettatemi costì che torno subito, — rispose
il vecchino, credendo di aver da fare con qualcuno
di quei ragazzacci rompicolli che si divertono di
notte a sonare i cani inanelli delle case, per mo-
I
— 33 —
lestare la gente per bene, che se la dorme, tran-
quillamente.
Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì, e la
voce del solito vecchino gridò a Finocchio :
— Fatti sotto e para il cappello. —
Pinocchio che non aveva ancora un cappello,
si avvicinò e sentì pioversi addosso un'enorme
catinellata d'acqua che lo annaffiò tutto, dalla
testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio
appassito.
Tornò a casa bagnato come un pulcino e ri-
finito dalla stanchezza e dalla fame: e perchè
non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a
sedere, appoggiando i piedi fradici e impillac-
cherati sopra un caldano pieno di brace accesa.
E lì si addormentò; e nel dormire i piedi che
erano di legno gli presero fuoco, e adagio adagio
gli si carbonizzarono e diventarono cenere.
E Pinocchio seguitava a dormire e a russare,
come se i suoi piedi fossero quelli d'un altro.
Finalmente sul far del giorno si svegliò, perchè
qualcuno aveva bussato alla porta.
— Chi è? — domandò sbadigliando e stropic-
ciandosi gli occhi.
— Sono io ! — rispose una voce.
Quella voce era la voce di Geppetto,
VII.
Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione
che il pover' uomo aveva portata per so.
Il povero Pinoccliio, che aveva sempre gii oc-
chi fra il sonno, non s'era ancora avvisto dei
piedi che gli si erano tutti brnciati: per cui ap-
pena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo
sgabello per correre a tirare il paletto; ma in-
vece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio
tutto lungo disteso sul pavimento.
E nel battere in terra fece lo stesso rumore,
che avrebbe fatto un sacco di mestoli, cascato
da un quinto piano.
— Aprimi ! — intanto gridava Geppetto dalla
strada.
— Babbo mio, non posso.... — rispondeva il bu-
rattino piangendo e ruzzolandosi per terra.
— Perchè non puoi ?
— Perchè mi hanno mangiato i piedi,
— E chi te li ha mangiati ì
—'Il gatto — disse Pinoccliio, vedendo il gatto
che colle zampine davanti si divertiva a far bal-
lare alcuni trucioli di legno.
— Aprimi, ti dico ! — ripetè Geppetto — se no,
quando vengo in casa, il gatto te Io do io !
— Non posso star ritto, credetelo. Oh ! povero
Entrò in casa dalla finestra.
me! povero me, che mi toccherà a camminare
coi ginocchi per tutta la vita. —
Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei
fossero un' altra monelleria del burattino, pensò
bene di farla finita; e arrampicatosi su ijcr il
muro, entrò in casa dalla finestra.
— 3G ~—
Da principio voleva dire e voleva fare; ma poi,
quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e
rimasto senza piedi davvero, allora sentì intene-
rirsi; e presolo subito in collo si dette a baciarlo
e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luc-
ciconi che gli cascavano giù per le gote, gli disse
singhiozzando :
— Pinocchiuccio mio ! Gom' è che ti sei bru-
ciato i piedi?
— Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata
una nottata d' inferno, e me ne ricorderò fin che
campo. Tonava, balenava e io avevo una gran
fame, e allora il Grillo-parlante mi disse : « Ti
sta bene: sei stato cattivo e te lo meriti» e io
gli dissi: « Bada, Grillo!... » e lui mi disse: « Tu
sei un burattino e hai la testa di legno » e io
gli tirai un manico di martello, e lui morì, ma
la colpa fu sua, perchè io non volevo ammaz-
zarlo, prova ne sia, che messi un tegamino sulla
brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò
fuori e disse: « Arrivedella,... e tanti saluti a ca-
sa. » E la fame cresceva sempre, motivo per cui
quel vecchi no col berretto da notte, affacciandosi
alla finestra mi disse : « Fatti sotto e para il cap-
pello » e io con quella catinellatà d' acqua sul
capo, perchè il chiedere im po' di pane non è
vergogna, non è vero? me ne tornai subito a
— 37 —
casa, e perchè avevo sempre una gran fame,
messi i piedi sul caldano per ras^igarmi, e voi
siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e in-
tanto la fame l'ho sempre e i piedi non li ho
più! ih!... ih!... ih!... ih!... —
E il povero Pinocchio cominciò a piangere e
a berciare così forte, che lo sentivano da cinque
chilometri lontano.
Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato
aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino
sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di ta-
sca tre pere, e porgendogliele, disse:
— Queste tre pere erano la mia colazione: ma
io te le do volentieri. Mangiale, e buon prò ti
faccia.
— (Se volete che le mangi, fatemi il piacere di
sbucciarle.
— Sbucciarle? — replicò Geppetto meraviglia-
to. — Non avrei mai creduto, ragazzo mio, che
tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di pa-
lato. Male! In questo mondo, fin da bambini,
bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiar
di tutto, perchè non si sa mai quel che ci può
capitare. I casi son tanti!...
— Voi direte bene, — soggiunse Pinocchio —
ma io non mangerò mai una frutta, che non sia
sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. —
— 38 —
E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori
un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbuc-
ciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un
angolo della tavola.
Quando Pinocchio in due bocconi ebbe man-
giata la prima pera, fece l'atto di buttar via il
torsolo; ma Geppetto gli trattenne il braccio di-
cendogli :
— 'Non lo buttar via : tutto in questo mondo
può far comodo.
— Ma io il torsolo non lo mangio davvero !...
— gridò il burattino rivoltandosi come una vi-
pera.
— Ohi lo sa! I casi son tanti!... — ripetè Gep-
petto, senza riscaldarsi.
Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere
gettati fuori dalla finestra, vennero posati sul-
l'angolo della tavola in compagnia delle bucce.
Mangiate, o, per dir meglio, divorate le tre
pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e
disse piagnucolando:
— Ho dell' altra fame !
— Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da
darti.
— Proprio nulla, nulla ?
— Ci avrei soltanto queste bucce e questi tor-
soli di pera.
— 39 —
— Pazienza ! — disse Pinoccliio — se non e' è
altro, mangerò una buccia. —
E cominciò a masticare. Da principio storse
un po' la bocca : ma poi una dietro l' altra, spol-
verò in un soffio tutte le bucce ; e dopo le bucce
anche i torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare
ogni cosa, si battè tutto contento le mani sul
corpo, e disse gongolando:
— Ora sì, che sto bene !
— Yedi, dunque, — osservò Geppetto — che
avevo ragione io, quando ti dicevo che non bi-
sogna avvezzarsi ne troppo sofistici né troppo
delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel
che ci può capitare in questo mondo. I casi son
tanti !... —
rYYYT? ?YTT?TYT?? TTTTYYTTTYTT? r?TTS S S!
Vili.
Geppetto rifa i pi eoli a Pinocchio, e vende la propria casacca
per comprargli l'Abbecedario.
Il burattino, appena che si fu levata la fame,
cominciò subito a bofoncbiare e a piangere, per-
chè voleva un paio di piedi nuovi.
Lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata.
Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta,
lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza
giornata; poi gli disse:
— 41 — w.
— E percliè dovrei rifarti i i^iedi ? Forse per
vederti scappar di nuovo da casa tua!
— Vi prometto — disse il burattino singhioz-
zando — elle da oggi in poi sarò buono....
— Tutti i ragazzi — replicò Geppetto — quando
vogliono ottenere qualcosa, dicono così.
— Vi prometto che anderò a scuola, studierò
e mi farò onore....
— Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere
qualcosa, ripetono la medesima storia.
— Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io
sono più buono di tutti, e dico sempre la verità.
Vi prometto, babbo, che imparerò un' arte, e che
sarò la consolazione e il bastone della vostra vec-
chiaia. — , V
Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno,
aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso
dalla passione nel vedere il suo povero Pinocchio
in quello stato compassionevole, non rispose altre
parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere
e due pezzetti di legno stagionato, si pose a la-
vorare di grandissimo impegno.
E in meno d'un' ora, i piedi erano beli' e fatti:
due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se
fossero modellati da un artista di genio.
Allora Gepi)etto disse al burattino:
— Ghindi gli occhi e dormi! —
— 42 —
E Pinocchio cliiuse gii ocelli e fece fìnta di
dormire. E nel tempo clie si fìngeva addormen-
tato, Geppetto con un po' di colla sciolta in nn
guscio d'uoYO gii appiccicò i due piedi al loro
Principiò a fare mille sgambetti.
posto, e glieli appiccicò così bene, che uon^i
vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura.
Appena il burattino si accòrse di avere i piedi,
saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e prin-
cipiò a fare mille sgambetti e mille capriòle, come
se fosse ammattito dalla gran contentezza.
— Per ricompensarvi di quanto avete fatto per
— 43 —
me — disse Pinoccliio al suo babbo — voglio su-
bito andare a scuola.
— Bravo ragazzo.
— Ma per andare a scuola Lio bisogno d'un
po' di vestito. —
Gli fece un berrettino di midolla di pane.
Geppetto, die era povero e non aveva in ta-
sca nemmeno un centesimo, gli fece allora un
vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di
scorza d'albero e un berrettino di midolla di
pane.
Pinoccliio corse subito a specchiarsi in una ca-
V — 44 —
tinella ])iena d'acqua e rimase così contento di
sé, che disse pavoneggiandosi:
— Paio proprio un signore!
— Davvero; — replicò Geppetto — perchè,
tieni o a mente, non è il vestito bello che fa il
signore, ma è piuttosto il, vestito pulito.
— A proposito, — soggiunse il burattino —
per andare alla scuola mi manca sempre qual-
cosa: anzi mi manca il più e il meglio.
— Cioè!
— Mi manca l'Abbecedario.
— .Hai ragione: ma come si fa per averlo?
— È facilissimo : si va da un libraio e si compra.
— E i quattrini?
— Io non ce l'ho.
— ISTemmen io — soggiunse il buon vecchio,
facendosi tristo.
E Pinocchio sebbene fosse un ragazzo allegris-
simo, si fece tristo anche lui: perchè la miseria,
quando è miseria davvero, la intendono tutti:
anche i ragazzi.
— Pazienza ! — gridò Geppetto tutt' a un tratto
rizzandosi in piedi; e infilatasi la vecchia casacca
di frustagno, tutta toppe e rimendi, uscì correndo
di casa.
Dopo poco tornò: e quando tornò, aveva in
mano l'Abbecedario per il figliuolo, ma la ca-
— 45 —
sacca non l'aveva più. Il pover'uomo era iu ma-
uiche di camicia, e fuori nevicava.
— E la casacca, babbo!
— L'ho venduta.
— Perchè l'avete venduta?
— Perchè mi faceva caldo. —
Pinocchio capì questa risposta a volo, e non
potendo frenare l' impeto del suo buon cuore,
saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo
per tutto il viso.
IX.
Pinocchio vende V Abbecedario per andare a vedere
il teatro dei burattini.
Smesso che fu di nevicare, Pinocchio, col suo
bravo Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese
la strada che menava alla scuola: e strada fa-
cendo, fantasticava nel suo cervellino mille ra-
gionamenti e mille castelli in aria, uno più bello
delP altro.
E discorrendo da se solo, diceva:
— Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a
leggere: domani poi imparerò a scrivere, e do-
mani l'altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla
mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi
primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio
subito fare al mio babbo una bella casacca di
panno. Ma che dico di i)anno ? Gliela voglio fare
tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni di bril-
lanti. E quel pover'uomo se la merita davvero;
perchè insomma, per comprarmi i libri e per
farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia....
a questi freddi! Non ci sono che i babbi che
sieno capaci di certi sacrifizi!... —
— 47 —
IMentre tutto commosso diceva così, gli parve
di sentire in lontananza una musica di pifferi e
di colpi di grancassa: pì-pì-pì, pì-pì-pì, zum, zum,
zum, zum.
Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni veni-
vano di fondo a una lunghissima strada traversa,
che con duceva a un piccolo paesetto, fabbricato
sulla spiaggia del mare.
— Ohe cosa sia questa musica! Peccato che
io debba andare a scuola, se no.... —
E rimase lì perplesso. A ogiii modo, bisognava
prendere una risoluzione ; o a scuola, o a sentire
i pifferi.
— Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a
scuola. Per andare a scuola e' è sempre tempo —
disse finalmente quel monello, facendo una spal-
lucciata.
Detto fatto, infilò giù per la strada traversa
e cominciò a correre a gambe. Più correva e
più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei
tonfi della grancassa: pì-pì-pì, pì-pì-pì, pì-pì-pì,
zum, zum, zupm, zum.
Quand'ecco che si trovò in mezzo a una piazza
tutta piena di gente, la quale si affollava intorno
a un gran baraccone di legno e di tela dijilnta
di mille colori.
— Che cos'è quel baraccone? — domandò Pi-
— 48 —
nocchio, voltandosi a un ragazzetto che era lì
del paese.
— Leggi il cartello, che c'è scritto, e lo saprai.
— Lo leggerei volentieri, ma per V appunto
oggi non so leggere.
— Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi
dunque che in quel cartello a lettere rosse come
il fuoco, c'è scritto: Gran Teatro dei Burat-
tini....
— È molto che è incominciata la commediai
— Comincia ora.
— E quanto si spende per entrare?
— Quattro soldi. —
Pinocchio che aveva addosso la febbre della
curiosità, perse ogni ritegno e disse, senza ver-
gognarsi, al ragazzetto col quale parlava:
— Mi daresti quattro soldi fino a domani?
— Te li darei volentieri, — gli rispose l'altro
canzonandolo — ma oggi per l'appunto non te
li posso dare.
— Per quattro soldi ti vendo la mia giacchetta
— gli disse allora il burattino.
— Ohe vuoi che mi faccia di una giacchetta
di carta fiorita ? Se ci piove su, non e' è più verso
di cavarsela da dosso.
— Vuoi comprare le mie scarpe?
— Sono buone per accendere il fuoco.
— 49 —
— Quanto mi dai del berretto?
— Bell'acquisto davvero! Un berretto di mi-
glia di pane! C'è il caso che i topi me lo ven-
gano a mangiare in capo! —
Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare
'^^^INI
— Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?
Pailtima offerta: ma non aveva coraggio: esitava,
tentennava, pativa. Alla fine disse:
— Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbece-
dario nuovo?
— Io sono un ragazzo e non compro nulla dai
ragazzi — gli rispose il suo piccolo interlocutore,
che aveva più giudizio di lui.
— Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo
— 50 —
io — gridò un rivenditore di panni usati, che
s'era trovato presente alla conversazione.
E il libro fu venduto lì su due piedi. E pen-
sare che quel pover'uomo di Geppetto era ri-
masto a casa, a tremare dal freddo in maniche di
camicia, per comprare l'Abbecedario al figliuolo !
X.
I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una
grandissima festa ; ma sul piìi bello esce fuori il burattinaio
Mangiafoco, e Pinocchio corre pericolo di fare una brutta fine.
Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle ma-
rionette, accadde un fatto clie destò una mezza
rivoluzione.
Bisogna sapere che il sipario era tirato su, e
la commedia era già incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulci-
nella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il
solito, minacciavano da un momento all' altro di
scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.
La platea tutta attenta, si mandava a male
dalle grandi risate, nel sentire il battibecco di
quei due burattini, che gestivano e si trattavano
d'ogni vitupero con tanta verità, come se fos-
sero proprio due animali ragionevoli e due per-
sone di questo mondo.
Quando all'improvviso, che è che non è, Ar-
lecchino smette di recitare, e voltandosi verso il
pubblico e accennando colla mano qualcuno in
\
— 52 —
fondo alla pfatea, comincia a urlare in tono
drammatico :
— Numi del iìrmamento ! sogno o son desto ?
Eppure quello laggiù è Pinocchio !...
— È Pinocchio davvero ! — grida Pulcinellr^.
.... Eppure quello laggiù è Pinocchio!...
— È proprio lui ! — strilla la signora Eosaura,
facendo capolino in fondo alla scena.
— È Pinocchio ! è Pinocchio ! — urlarono in
coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle
quinte.
— È Pinocchio ! È il nostro fratello Pinocchio !
Evviva Pinocchio!...
— Pinocchio, vieni quassù da me ! — grida
Arlecchino — vieni a gettarti fra le braccia dei
tuoi fratelli di legno! —
— 53 —
A questo affettuoso invito, Pinoccliio spicca
un salto, e di fondo alla platea va nei posti di-
stìnti; poi con un altro salto, dai posti distinti
monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di
lì schizza sul palcoscenico.
È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli
strizzoni di collo, i pizzicotti dell'amicizia e lo
zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pi-
nocchio ricevè in mezzo a tanto arruffìo degli
attori e delle attrici di quella compagnia dram-
matico-vegetale.
Questo spettacolo era commovente, non c'è
che dire: ma il pubblico della platea, vedendo
che la commedia non andava più avanti, s'im-
I)azientì e prese a gridare: — Vogliamo la com-
media ! vogliamo la commedia ! —
Tutto fiato buttato via, perchè i burattini, in-
Vecè di continuare la recita, raddoppiarono il
chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle,
se lo i^ortarono in trionfo ai lumi della ribalta.
Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così
brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo.
Aveva una barbacela nera come uno scaraboc-
chio d'inchiostro, e tanto lunga, che gii scendeva
dal mento fino a terra: basta dire che, quando
camminava se la pestava coi piedi. La sua bocca
era larga come un forno, i suoi occhi parevano
— 54 -
due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di
dietro; e con le mani schioccava una grossa
frusta, fatta di serpenti e di code di volpe at-
torcisfliate insieme.
All' apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti.
All'apparizione inaspettata del burattinaio, am-
mutolirono tutti: nessuno fiatò più. Si sarebbe
sentito volare una mosca. Quei poveri burattini,
maschi e femmine, tremavano come tante foglie.
— 55 —
— Perchè sei venuto a mettere lo scompiglio
nel mio teatro ? — domandò il burattinaio a Pi-
nocchio, con Tin vocione d'Orco gravemente in-
freddato di testa.
— La creda, illustrissimo, che la colpa non è
stata mia !...
— Basta così ! stasera faremo i nostri conti. —
Difatti, finita la recita della commedia, il bu-
rattinaio andò in cucina, dov'egli s'era preparato
per cena un bel montone, che girava lentamente
infilato nello spiede. E perchè gli mancavano le
legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò
Arlecchino e Pulcinella e disse loro:
— Portatemi di qua quel burattino, che tro-
verete attaccato al chiodo. Mi pare un burattino
fatto di un legname molto asciutto, e sono si-
curo che a buttarlo sul fuoco, mi darà una bel-
lissima fiammata all'arrosto. —
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono;
ma impauriti da un'occhiataccia del loro pa-
drone, obbedirono: e dopo tornarono in cucina
portando sulle braccia il povero Pinocchio, il
quale, divincolandosi come un'anguilla fuori del-
l'acqua, strillava disperatamente: — Babbo mio,
salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio
morire !... —
XI.
Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi di-
fende dalla morte il suo amico Arlecchino.
Il burattinaio Maugiafoco (che questo era il
suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico
di no, specie con quella sua barbacela nera cbe,
a uso gremlbiale, gli copriva tutto il petto e
tutte le gambe; ma nel fondo poi non era
un cattiv'uomo. Prova ne sia, che quando vide
portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si
dibatteva per ogni verso, urlando « Non voglio
morire, non voglio morire! » principiò subito a
commuoversi e a impietosirsi; e dopo aver re-
sistito un bel pezzo, alla fine non ne potè più,
e lasciò andare un sonorosissimo starnuto.
A quello starnuto. Arlecchino che fino allora
era stato afflitto e ripiegato come un salcio pian-
gente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi
verso Pinocchio gli bisbigUò sottovoce:
— Buone nuove, fratello ! Il burattinaio ha
starnutito, e questo è segno che s'è mosso a
compassione per te, e oramai sei salvo. —
Perchè bisogna sapere che, mentre tutti gii
— 57 —
nomÌDÌ quando si sentono impietositi per qual-
cuno, o piangono, o per lo meno fanno fìnta di
rasciugarsi^ gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni
volta elle s'inteneriva davvero, aveva il vizio di
starnutire. Era un modo come un altro, per dare
a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore.
Dopo avere starnutito, il burattinaio, segui-
tando a fare il burbero, gridò a Pinocchio:
— Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi
hanno messo un'uggiolina qui in fondo allo
stomaco.... sento uno spasimo, che quasi quasi....
etcì^ etcì ! — e fece altri due starnuti.
— Felicità ! — disse Pinocchio.
— Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma
sono sempre vivi ? — domandò Mangiafoco.
— Il babbo, sì; la mamma non l'ho mai co-
nosciuta. . ,
— Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo
vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei
carboni ardenti. Povero vecchio! lo compatisco....
etcì^ etcì, etGÌy — e fece altri tre starnuti.
— Felicità! — disse Pinocchio.
— Grazie. Del resto bisogna compatire anche
me, perchè come vedi, non ho più legna per fi-
nire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico
la verità, in questo caso mi avresti fatto un gran
comodo! Ma orinai mi sono impietosito e ci vuol
pazienza. luACce di te, metterò a bruciare sotto
mia compagnia.
— 58 —
lo spiccie qualche burattino della
Olà, giandarmi ! —
A questo comando comparvero subito due
giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi,
— Pigliatemi li qnell' Arlecchino.,
col cappello a lucerna in testa e colla sciabola
sfoderata in mano.
Allora il burattinaio disse loro con voce ran-
tolosa:
- Pigliatemi lì quelP Arlecchino, legatelo ben
— 59 —
bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io
voglio che il mio montone sia arrostito bene! —
Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il
suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e
cadde bocconi per terra.
Pinocchio alla vista di quello spettacolo stra-
ziante, andò a gettarsi ai inedì del burattinaio,
e piangendo dirottamente e bagnandogli di la-
crime tutti i peli della lunghissima barba, co-
miuciò a dire con voce supplichevole:
— Pietà, signor Mangiafoco !...
— Qui non ci sono signori ! — replicò dura-
mente il burattinaio.
— Pietà, signor Cavaliere!...
— Qui non ci sono cavalieri !
— Pietà, signor Commendatore !
— Qui non ci sono commendatori!
— Pietà, Eccellenza !... —
A sentirsi chiamare Eccellenza, il burattinaio
fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt'a
un tratto più umano e i3iìi trattabile, disse a Pi-
nocchio :
— Ebbene, che cosa vuoi da me I
— Vi domando grazia per il povero Arlecchino !...
— Qui non c'è grazia che tenga. Se ho rispar-
miato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco
lui, perchè io voglio che il mio montone sia ar-
rostito bene.
— 60 —
— In questo caso — gridò fieramente Pinoc-
chio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di
midolla di pane — in questo caso conosco qual è
il mio dovere. Avanti, signori giandarnìi! Lega-
temi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non
è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico
mio, debba morire per me ! —
Queste parole, pronunziate con voce alta e con
accento eroico, fecero piangere tutti i burattini
che erano presenti a quella scena. Gli stessi gian-
darmi, sebbene fossero di legno, piangevano come
due agnellini di latte.
Mangiafoco, sul principio, rimase duro e im-
mobile come un pezzo di ghiaccio : ma poi, ada-
gio adagio, cominciò anche lui a commuoversi
e a starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti,
aprì affettuosamente le braccia e disse a Pinoc-
chio:
— Tu sei un gran bravo ragazzo ! Vieni qua
da me, e dammi un bacio. —
Pinocchio corse subito, e arràmi5icandosi co-
me uno scoiattolo su per la barba del buratti-
naio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla
punta del naso.
— Dunque la grazia è fatta ? — domandò il
povero Arlecchino, con un fil di voce che si sen-
tiva appena.
E arrampicandosi con.
i per lu barba del burattinaio....
— G3 —
— La grazia è fatta ! — rispose Mangiafoco ;
l)oi soggiunse sospirando e tentennando il capo:
— Pazienza ! per questa sera mi rassegnerò a
mangiare il montone mezzo crudo: ma un'altra
volta, guai a chi toccherà !... —
Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini
corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e
i lampadari come in serata di gala, cominciarono
a saltare e a ballare.
Era l'alba e ballavano sempre.
^S f/^^ J ^^^^^^^^^^ Q^<^\\j;VY»t«Jt
XII.
Il burjittinaio Mangiafoco regala cinque monete d' oro a Pinoc-
cliio perchè le porti al suo babbo Geppetto : e Pinocchio,
invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se
ne va con loro.
Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in clisj)arte
Pinocchio e gli domandò :
— Come si chiama tuo padre ì
— Geppetto.
— E che mestiere fa?
— Il povero.
— Guadagna molto ?
— Guadagna tanto quanto ci vuole per non
aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che
per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovè
vendere l'unica casacca che aveva addosso: una
casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una
piaga.
— Povero diavolo! Mi fa quasi compassione.
Ecco qui cinque monete d' oro. Va' subito a por-
targliele, e salutalo tanto da parte mia. —
Pinocchio, come è facile immaginarselo, rin-
— 65 —
graziò mille volte il burattinaio : abbracciò, a uno
a uno, tutti i burattini della compagnia, anche
i giandarmi; e fuori di sé dalla contentezza, si
mise in viaggio per ritornarsene a casa sua.
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro,
che incontrò per la strada una Volpe zoppa da
^:^^-
— Com* è che sai il mio nome?
un piede e un Gatto cieco da tutt' e due gli oc-
chi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di
loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe,
che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gat-
to: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare
dalla Volpe.
— Buon giorno. Pinocchio, — gli disse la Vol-
pe, salutandolo garbatamente.
— 66 —
— Com'è che sai il mio nome? — domandò il
burattino.
— Conosco bene il tuo babbo.
— Dove r hai veduto ì
— L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
— E che cosa faceva ?
— Era in maniche di camicia e tremava dal
freddo.
— Povero babbo ! Ma, se Dio vuole, da oggi
in poi non tremerà più!
— Perchè!
— Perchè io sono diventato un gran signore.
— Un gran signore tu ? — disse la Volpe, e
cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzo-
natore : e il Gatto rideva anche lui, ma per non
darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampine
davanti.
— C è poco da ridere — gridò Pinocchio im-
permalito. — Mi dispiace davvero di farvi venire
l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne in^
tendete, sono cinque bellissime monete d' oro. —
E tirò fuori le monete avute in regalo da Man-
giafoco.
Al simpatico suono di quelle monete, la Volpe
per un moto involontario allungò la gamba che
pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt' e
due gli occhi, che parvero due lanterne verdi;
— 67 —
ma poi li richiuse subito, tant'è vero che Pinoc-
chio non si accòrse di nulla.
— E ora — gli domandò la Volpe — che cosa
vuoi farne di codeste monete?
— Prima di tutto — rispose il burattino — vo-
glio comprare per il mio babbo una bella casacca
nuova, tutta d'oro e d'argento, e coi bottoni di
brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario
per me.
— Per te?
— Davvero : perchè voglio andare a scuola e
mettermi a studiare a buono.
— Guarda me! — disse la Volpe. — Per la
passione sciocca di studiare ho i)erduto una
gamba.
— Guarda me ! — disse il Gatto. — Per la pas-
sione sciocca di studiare ho perduto la vista di
tutt' e due gli occhi. —
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne
stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il
suo solito verso e disse:
— Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cat-
tivi compagni: se no, te ne pentirai! —
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto
spiccando un gran salto, gli si avventò addosso,
e senza dargli nemmeno il tempo di dire oM/se
lo mangiò in un boccone con le penne e tutto.
— G8 —
Mangiato che l'ebbe e ripulitosi la bocca, chiuse
gii occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco co-
me prima.
— Povero Merlo! — disse Pinocchio al Gatto
— perchè l'hai trattato così male?
^,v
■'MM
Spiccando un gran salto, gli si avventò addosso.
^-^■-'^y-
— Ho fatto per dargli nna lezione. Così un' al-
tra volta imparerà a non metter bocca nei di-
scorsi degli altri. —
Erano giunti più che a mezza strada, quando
la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse
al burattino:
— Vuoi tu raddoppiare le tue monete d' oro ?
— Cioè?
- G9 —
— Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne
cento, mille, duemila?
— Magari ! e la maniera ?
— La maniera è facilissima. Invece di tornar-
tene a casa tua, dovresti venir con noi.
— E dove mi volete condurre !
— Kel paese dei Barbagianni. —
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse riso-
lutamente :
— Xo, non ci voglio venire. Oramai sono vi-
cino a casa, e voglio andarmene a casa, dove
c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, po-
vero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non ve-
dermi tornare. Purtroppo io sono stato un figliuolo
cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando
diceva: « I ragazzi disobbedienti non possono aver
bene in questo mondo. » Ed io l' ho provato a mie
spese, perchè mi sono capitate molte disgrazie,
e anche ieri sera in casa di Mangiafoco ho corso
pericolo.... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a
pensarci !
— Dunque, — disse la Volpe — vuoi proprio
andare a casa tua 1 Allora va' pure, e tanto peg-
gio per te.
— Tanto peggio per te ! — ripetè il Gatto.
j — Pensaci bene. Pinocchio, perchè tu dai un
calcio alla fortuna.
— 70 -
— Alla fortuna ! — ripetè il Gatto.
— I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani
sarebbero diventati duemila.
— Duemila! — ripetè il Gatto.
— Ma com'è mai possibile che diventino tanti?
— domandò Pinocchio, restando a bocca aperta
dallo stupore.
— Te lo spiego subito; — disse la Volpe — bi-
sogna sapere che nel paese dei Barbagianni e' è
un campo benedetto chiamato da tutti il Campo
dei miracoli. Tu fai in questo campò una pic-
cola buca e ci metti dentro, per esempio, uno
zecchino d' oro. Poi ricopri la buca con un po' di
terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fon-
tana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera
te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, du-
rante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce,
e la mattina dopo di levata, ritornando nel cam-
po, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico
di tanti zecchini d'oro quanti chicchi di grano
può avere una bella spiga nel mese di. giugno.
— Sicché dunque — disse Pinocchio sempre
più sbalordito — se io sotterrassi in quel campo
i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti
zecchini vi troverei!
— È un conto facilissimo ; — rispose la Volpe
— un conto che puoi farlo sulla punta delle dita.
— 71 —
Poni che ogni zecchino ti faccia nn grappolo di
cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento
per cinque, e la mattina dopo trovi in tasca due-
milacinquecento zecchini lampanti e sonanti.
— Oh che bella cosa ! — gridò Pinocchio, bal-
lando dall' allegrezza. — Appena che questi zec-
chini li avrò raccolti, ne prenderò per me duemila
e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a
voialtri due.
— Un regalo a noi? — gridò la Volpe sdegnan-
dosi e chiamandosi offesa. — Dio te ne liberi !
— Te ne liberi! — ripetè il Gatto.
— Noi — riprese la Volpe — non lavoriamo
per il vile interesse; noi lavoriamo per arricchire
gli altri.
— Gli altri ! — ripetè il Gatto.
— Ohe brave persone! — pensò dentro di sé
Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del
suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbeceda-
rio e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse
alla Volpe e al Gatto:
— Andiamo subito, io vengo con voi. —
XTIT.
L' osteria del « Gambero Rosso. 5>
■ 1 .
Cammina, cammina, cammina, alla fine snl far
della sera arrivarono stanchi morti all'osteria del
Gambero Eosso.
— Fermiamoci nn po'qni, — disse la Volpe —
tanto per mangiare un boccone e per riposarci
qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo, per
essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli. —
Entrati nell'osteria si posero tntt'e tre a ta-
vola; ma nessuno di loro aveva appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indi-
sposto di stomaco, non potè mangiare altro che
trentacinque triglie con salsa di pomodoro e
quattro porzioni di trippa alla parmigiana; e
perchè la trippa non gli pareva condita abba-
stanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e
il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qual-
che cosa anche lei ; ma siccome il medico le aveva
ordinato una grandissima dieta, così dovè con-
tentarsi di una semplice lepre dolce e forte, con
— 73 —
un leggerissimo coutoruo di pollastre ingrassate
e (li galletti di primo canto. Dopo la lepre si
fece portare per tornagusto un cibreino di per-
nici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucer-
tole e d'uva i3aradisa; e poi non volle altro.
Quello che mangiò meno di tatti fu Pinocchio.
Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che
non poteva accostarsi nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio.
Chiese uno spicchio di noce e un cantuccio di
pane e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero
figliuolo, col pensiero sempre fìsso al Campo dei
-_ 74 —
miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata
di monete d'oro.
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
— Datemi due buone camere, una per il si-
gnor Pinocchio e un'altra per me e per il mio
compagno. Prima di ripartire stiacceremo un son-
nellino. Eicordatevi, però, cbe a mezzanotte vo-
gliamo essere svegliati per continuare il nostro
viaggio.
— Sissignore — rispose l'oste, e strizzò l'oc-
chio alla Volpe e al Gatto, come dire : « Ho man-
giato la foglia e ci siamo intesi !... » —
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si
addormentò a colpo, e principiò a sognare. E so-
gnando gli pareva di essere in mezzo a un campo,
e questo campo era pieno di arboscelli carichi
di grappoli, e questi grappoli erano carichi di
zecchini d' oro che, dondolandosi mossi dal vento,
facevano zin, zin, zin, quasi volessero dire: « Ohi
ci vuole, venga a prenderci. » Ma quando Pi-
nocchio fu sul più bello, quando cioè allungò
la mano per prendere a manciate tutte quelle
belle monete e mettersele in tasca, si trovò sve-
gliato all'improvviso da tre violentissimi colpi
dati nella x^orta di camera. ^
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezza-
notte era sonata.
\
— io
— E i miei comi3agni sono i)ronti? — gli do-
mandò il burattino.
— Altro che pronti! son i^artiti due ore fa.
— Perchè mai tanta fretta?
— Perchè il Gatto ha ricevuto un'imbasciata
Ei-a l'oste clie veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata.
che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai
piedi, stava in pericolo di vita.
— E la cenàk V hanno pagata ì
— Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo
educate, perchè facciano un affronto simile alla
signoria vostra.
— 7G —
— Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto
tanto piacere! — disse Pinocchio grattandosi il
capo. Poi domandò:
— E dove lianno detto di aspettarmi quei buoni
amici!
— Al Campo dei miracoli, domattina, allo spun-
tare del giorno. —
Pinoccbio pagò uno zecchino per la cena sua
e per quella dei suoi compagni, e dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perchè
fuori dell'osteria c'era un buio così buio, che
non ci si vedeva di qui a lì. Nella campagna
all'intorno non si sentiva alitare una foglia. So-
lamente alcuni nccellacci notturni, traversando
la strada da una siepe all'altra, venivano a sbat-
tere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo
un salto indietro per la paura, gridava: — Ohi va
là! — e l'eco delle colline circostanti ripeteva in
lontananza: — Chi va là! chi va là! chi va là! —
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di
un albero un piccolo animaletto, che riluceva di
una luce pallida e opaca, come un lumino da notte
dentro una lampada di porcellana trasparente.
. — Ohi sei! — gli domandò Pinocchio.
— Sono l'ombra del Grillo-parlante — rispose
l' animaletto con una vocina fioca fioca, che pa-
reva venisse dal mondo di là.
— Ohe vuoi da me! — disse il burattino.
— 77 —
— Voglio darti un consiglio. Eitorna indietro
e porta i quattro zeccliini, die ti sono rimasti,
al tuo povero babbo, clie piange e si dispera per
non averti più veduto.
— Domani il mio babbo sarà un gran signore,
perchè questi quattro zeccliini diventeranno due-
mila.
— Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che
promettono di farti ricco dalla mattina alla sera.
Per il solito o sono matti o imbroglioni! Dai
retta a me, ritorna indietro.
— E io invece voglio andare avanti.
— L'ora è tarda!.,.
— Voglio andare avanti.
— La nt)ttata è scura....
— Voglio andare avanti.
— La strada è pericolosa....
— Voglio andare avanti.
— Eicordati che i ragazzi che vogliono fare di
capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono.
— Le solite storie. Buona notte. Grillo.
— Buona nptte, Pinocchio, e che il cielo ti
salvi dalla guazza e dagli assassini. —
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-
parlante si spense a un tratto, erme si spenge
un lume soffiandoci soiira, e la strada rimase ])m
buia di iH'ima.
XIY.
Pinocchio, por non aver dato retta ai buoni consigli
del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.
— Davvero.... — disse fra sé il burattino ri-
mettendosi in viaggio — come siamo disgraziati
noialtri poveri ragazzi ! Tutti ci sgridano, tutti ci
ammoniscono, tutti ci danno dei consigli. A la-
sciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere
i nostri babbi e i nostri maestri ; tutti ; ancbe i
Grilli-parlanti. Ecco qui : perchè io non ho voluto
dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi hx sa
quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero ac-
cadere! Dovrei incontrare anche ^gli assassini!
Meno male che agli assassini io non ci credo, né
ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati
inventati apposta dai babbi, per far paura ai ra-
dazzi che vofìfliono andar fuori la notte. E poi,
se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero
forse soggezione! Neanche per sogno, anderei
loro sul viso, gridando; « Signori assassini, che
— .79 —
cosa vogliono da me! Si rammentino che con me
non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti
loro, e zitti ! » A questa parlantina fatta sul serio,
quei poveri assassini, mi par di vederli, scappe-
rebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto
ineducati da non volere scappare, allora scapperei
io, e così la farei finita.... —
Ma Pinocchio non potè finire il suo ragiona-
mento, perchè in quel punto gli parve di sentire
dietro di se un leggerissimo fruscio di foglie.
Si voltò a guardare, e vide nel buio due figu-
racce nere, tutte imbacuccate in due sacchi da
carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e
in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
— Eccoli davvero ! — disse dentro di sé: e non
sapendo dove nascondere i quattro zecchini, se li
nascose in bocca e precisamente sotto la lingua.
Poi si provò a scapitare. Ma non aveva ancora
fatto il primo passo, che sentì agguantarsi per le
braccia e intese due voci orribili e cavernose, che
gii dissero:
— O la borsa o la vita! —
Pinocchio non potendo rispondere con le pa-
role a motivo delle monete che aveva in bocca,
fece mille salamelecchi e mille pantomime, per
dare ad intendere a quei due incappati, di cui si
vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei
— 80 —
sacchi, che lui era un povero burattino e che non.
aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.
— Via via ! Meno ciarle e fuori i denari — gri-
^darono minacciosamente i due briganti.
E il burattino fece col capo e colle mani un.
segno, come dire: « Non ne ho. »
Sentì agguantarsi per le braccia ....
— Metti fuori i denari o sei morto; — disse
l'assassino più alto di statura.
— Morto! — ripetè l'altro.
— E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche
tuo padre!
— Anche tuo padre!
— ìsOj no, no, il mio povero babbo no! — gridò
Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare
così, gli zecchini ^li sonarono in bocca.
— 81 —
— Ali furfante! dunque i denari te li sei nasco-
sti sotto la lingua? Sputali subito! —
E Pinocchio, duro.
— Ali! tu fai il sordo! Aspetta un po', che pen-
seremo noi a farteli sputare ! —
Difatti uno di loro afferrò il burattino per la
punta del naso e quell'altro lo prese per la bazza,
e lì cominciarono a tirare screanzatamente uno
per in qua l'altro per in là, tanto da ctostringerlo
a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La
bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.
Allora l'assassino più piccolo di statura, cavato
fuori un coltellaccio, i)rovò a confiecarglielo a
guisa di leva e di scalpello fra le labbra: ma Pi-
nocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la
mano coi denti, e dopo avergliela con un morso
staccata di netto, la sputò e figuratevi la sua
maraviglia quando, invece di una mano, si ac-
còrse di aver sputato in terra uno zampetto di
gatto.
Incoraggi to da questa prima vittoria, si liberò
a forza dalle unghie degli assassini, e saltata la
èlepe della strada, cominciò a fuggire per la cam-
pagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come
due cani dietro a una lepre: e quello che aveva
perduto uno zampetto correva coti una gamba
sola^ ne si è saputo mai come facesse.
— 82 —
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinoc-
chio non ne poteva più. Allora vistosi perso, si ar-
rampicò su per il fusto di un altissimo pino e si
pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tenta-
rono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a metà
del fusto sdrucciolarono, e ricascando a terra, si
spellarono le mani e i piedi.
Non j)er questo si dettero per vinti : che anzi,
raccolto un fastello di legna secche a pie del
pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si
dice, il pino cominciò a bruciare e a divampare
come una candela agitata dal vento. Pinocchio,
vedendo che le fiamme salivano sempre più e
non volendo far la fine del piccione arrosto,
spiccò un bel salto di vetta all'albero, e via a
correre daccapo attraverso i campi e ai vigneti.
E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stan-
carsi mai.
Intanto cominciava a baluginare il giorno e si
trovò improvvisamente sbarrato il passo da un
fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquac-
ela sudicia, color del caffè e latte. Ohe fare? « Una,
due, tre! » gridò il burattino, e slanciandosi con
una gran rincorsa, saltò dall'altra parte. E gli as-
sassini saltarono anche loro, ma non avendo preso
bene la misura, patatunfete !...G3i8G3irono giù nel
bel mezzo del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo
— 83 —
e gli schizzi dell'acqua, urlò ridendo e seguitando
a correre:
— Buon bagno, signori assassini. —
E già si figurava che fossero beli' e affogati,
quando invece, voltandosi a guardare, si accòrse
che gii correvano dietro tutt' e due, sempre im-
bacuccati nei loro sacchi, e grondanti acqua come
due panieri sfondati.
XV.
Gli assassini inseguono Pinocchio ; e dopo averlo raggiunto
lo impiccano a un ramo della Quercia grande.
Allora il burattino, perdutosi d'animo fu pro-
prio sul punto di gettarsi a terra e di darsi per
vinto, quando, nel girare gli ocelli all'intorno,
vide fra mezzo al verde cupo degli alberi bian-
cheggiare in lontananza una Casina candida come
la neve.
— Se io avessi tanto flato da arrivare fino a
quella casa, forse sarei salvo! — disse dentro
di sé.
E senza indugiare un minuto, riprese a cor-
rere per il bosco a carriera distesa. E gli assas-
sini sempre dietro.
Dopo una corsa disperata di quasi due ore,
flnalmente, tutto trafelato, arrivò alla porta di
quella Casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, percliè
— 85 —
sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il re-
spiro grosso e affannoso dei suoi x^ersecutori.
Lo stesso silenzio.
Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla,
cominciò per disperazione a dare calci e zuccate
nella porta. Allora si affacciò alla finestra una
bella Bambina, coi capelli turcliini e il viso bianco
come un' immagine di cera, gii occhi chiusi e le
mani incrociate sul petto, la quale senza muover
punto le labbra, disse con una vocina che pareva
venisse dall'altro mondo:
— In questa casa non e' è nessuno ; sono tutti
morti.
— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio pian-
gendo e raccomandandosi.
— Sono morta anch' io.
— Morta ì e allora che cosa fai costì alla fi-
nestra ?
— Aspetto la bara che venga a portarmi
via. —
Appena detto così, la Bambina disparve e la
finestra si richiuse senza far rumore.
— O bella Bambina dai capelli turchini, —
gridava Pinocchio — aprimi per carità ! Abbi
compassione di un povero ragazzo inseguito da-
gli assass.... —
Ma non potè finn* la parola, perchè sentì af-
G
— 86 —
ferrarsi per il collo, e le solite due vociacce clie
gii brontolarono minacciosamente:
— Ora non ci scappi più ! —
Il burattino, vedendosi balenare la morte di-
nanzi agli occhi, fu preso da un tremito così
forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture
delle sue gambe di legno e i quattro zeccbini
che teneva nascosti sotto la lingua.
— Dunque ? — gii domandarono gli assassini —
vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah! non rispon-
di ?... Lascia fare : che questa volta te là faremo
aprir noi !... — /
E cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e
affilati come rasoi, zaff e zaff..., gli affibbiarono
due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d' un
legno durissimo, motivo per cui le lame, spez-
zandosi, andarono in mille schegge e gii assas-
sini rimasero col manico dei coltelli in mano, a
guardarsi in faccia.
— Ho capito ; — disse allora uno di loro — bi-
sogna impiccarlo. Impicchiamolo !
— Impicchiamolo — ripetè l' altro.
Detto fatto gii legarono le mani dietro le spal-
le, e passatogli un nodo scorsoio intorno alla
~^gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una
grossa pianta detta la Quercia grande.
87 —
Poi si posero là, sedati sulPerba, aspettando
che il burattino facesse l' ultimo Sgambetto : ma
il burattino dopo tre ore aveva sempre gli occbi
aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati finalmen-
te di aspettare, si vol-
tarono a Pinocchio e '^
gli dissero sghignaz-
zando :
— Addio a domani.
Quando domani tor-
neremo qui, si spera
che ci farai la garba-
tezza di farti trovare
belP e morto e con la
bocca spalancata. —
E se ne andarono.
Intanto s' era leva-
to un venjo impetuo-
so di tramontana, che
soffiando e mug-
ghiando con
rabbia, sbatac-
chiava
^in qua e
in là il
povero
— 88 —
impiccato, facendolo dondolare violentemente
come il battaglio d'una campana che suona a
festa. E quel dondolìo gli cagionava acutissimi
spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre
I)iù alla gola, gli toglieva il respiro.
A poco a poco gli ocelli gli si afjpannarono ;
e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure spe-
rava sempre che da un momento a un altro sa-
rebbe capitata qualche anima pietosa a dargli
aiuto.
Ma quando, aspetta aspetta, vide che non com-
pariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò
in mente il suo povero babbo.... e balbettò quasi
moribondo :
— Oh babbo mio ! se tu fossi qui !.,. —
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli oc-
chi, aprì la bocca, stirò le gambe, e dato un
grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
j
XYI.
La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burat-
tino : lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se
sia vivo o morto.
In quel mentre che il povero Pinocchio im-
piccato dagli assassini a un ramo della Quercia
grande, pareva oramai più morto che vivo, la
bella Bambina dai calvelli turchini si affacciò dac-
capo alla finestra, e impietositasi alla vista di
queir infelice che, sospeso per il collo, ballava il
trescone alle ventate di tramontana, battè per
tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
A questo segnale si sentì un gran rumore di
ali che volavano con foga precipitosa, e un
grosso Falco venne a posarsi sul davanzale della
finestra.
— Che cosa comandate, mia graziosa Fata?
— disse il Falco abbassando il becco in atto di
riverenza; i)erchè bisogna sapere, che la Bam-
bina dai capelli turchini, non era altro, in fin
dei conti, che una buonissima Fata, che da i)iù
di mill'anni aì)itava nelle vicinanze di quel bosco.
— 9Ò —
— Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni
a un ramo della Quercia grande?
— Lo vedo. A^-^^
— Orbene: vola subito laggiù; rompi col tuo
fortissimo becco il nodo
elle lo tiene sospeso in
aria, e posalo delicata-
mente sdraiato sull'erba,
a pie della Quercia. —
Il Falco volò via, e
dopo due minuti tornò
dicendo :
— Quel elle mi avete
comandato è fatto.
— E come Phai tro-
vato? Vivo o morto!
— A vederlo pareva morto, ma non dev'essere
ancora morto perbene, perchè appena gli bó
sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno
alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbet-
tando a mezza voce: « Ora mi sento meglio!... » —
Un grosso Falco venne a posarsi
sai davanzale della finestra.
— 91 —
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece
dne piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-
barbone, che camminava ritto sulle gambe di
dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in li-
vrea di gala. Aveva in capo un nicchiettiuo a_
tre punt^ gallonato d'oro, una parrucca bionda
coi riccioli che gli scendevano giù per il collo,
una giubba color di cioccolata coi bottoni di
brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli
ossi, che gli regalava a pranzo la padrona, un
paio di òalzon corti di velluto cremisi, le calze
di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie
di federa da ombrelli, tutta di raso turchino, per
mettervi dentro la coda, quando il tempo co-
minciava a piovere.
-—• Su da bravo, Medoro! — disse la Fata al
Can-barbone. — Fa' subito attaccare la più bella
carrozza della mia scuderia e prendi la via del
bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande,
troverai disteso sull'erba un povero burattino
mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari
pari sui cuscini della carrozza e portamelo qui.
Hai capito ì —
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva ca-
pito, dimenò tre o quattro volte la fodera di raso
turchino, che aveva dietro, e partì coinè un barbero.
— 92 —
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia uua
bella carrozzina color dell'aria, tutta imbottita
di penne di canarino e foderata nell'interno di
panna montata e di crema coi savoiardi. La car-
rozzina era tirata da cento pariglie di topini
,Ì__^^V\jI!,-5.V.t\
II Can-barbone parti come nn barbero.
l)i anelli, e il Oan-barbone, seduto a cassetta,
schioccava la frusta a destra e a sinistra, come
un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.
Non era ancora passato un quarto d'ora che
la carrozzina tornò, e la Fata, che stava aspet-
tando sull' uscio di casa, prese in collo il povero
burattino, e portatolo in una cameretta che
aveva le pareti di madreperla, inandò subito a
chiamare i medici più famosi del vicinato.
E i medici arrivarono subito uno dopo l'altro:
arrivò cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-
parlante.
— 93 —
— Vorrei saper da lor signori — disse la Fata,
rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto
di Pinoccliio — vorrei sapere da lor signori se
questo disgraziato burattino sia vivo o morto !... —
La Fata prese in collo il povero burattino.
A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per
il primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò
il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quan-
d'ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente
queste parole:
— A mio credere il burattino è beli' e morto:
ma se per disgrazia non fosse morto, allora sa-
rebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
o-^v^
^ 94 —
— Mi dispiace — disse la Civetta — di dover
contraddire il Corvo, raio illustre amico e collega ;
per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma
se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe
segno che è morto davvero.
— E lei non dice nulla ì — domandò la Fata
al Grillo-parlante.
— Io dico che il medico prudente, quando non
sa quello clie dice, la miglior cosa che possa fare,
è quella di stare zitto. Del resto quel burattino
lì, non m'è fìsonomia nuova: io lo conosco da
un pezzo ! —
Pinocchio, che fin allora era stato immobile
come un vero pezzo di legno, ebbe una specie
di fremito convulso, che fece scuotere tutto il
letto.
— Quel burattino lì — seguitò a dire il Grillo-
parlante — è una birba matricolata.... —
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
— È un monellaccio, uno svogliato, un vaga-
bondo.... — // ' i
Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
— Quel burattino lì è un figliuolo disubbi-
diente, che farà morire di crepacuore il suo po-
vero babbo !... —
A questo punto si sentì nella camera un suono
soffocato di pianti e^inghiozzi. Figuratevi come
— 95 —
rimasero tutti, allorcliè, sollevati un poco i len-
zuoli, si accorsero che quello che piangeva ^
singhiozzava era Pinocchio.
— Quando il morto piange è segno che è in
via di guarigione — disse solennemente il Corvo.
— Mi duole di contraddire il mio illustre amico
e collega, — soggiunse la Civetta — ma per me
quando il morto piange, è segno che gli dis^jiace
a morire. —
XVIT.
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi ; però
quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora
si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gii cresce il naso.
Appena i tre medici furono usciti di camera,
la Fata si accostò a Pinocchio, e, dopo averlo
toccato sulla fronte, si accòrse che era trava-
gliato da un febbrone da non si dire.
Allora sciolse un certa polverina bianca in un
mezzo bicchier d'acqua, e porgendolo al burat-
tino, gli disse amorosamente:
— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. —
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la
bocca, e poi domandò con voce di i)iaguisteo;
— È dolce o amara ì
— È amara, ma ti farà bene.
— Se è amara non la voglio.
— Da' retta a me: bevila.
— A me l'amaro non mi piace.
— Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò
una pallina di zucchero, i3er rifarti la bocca.
— Dov'è la pallina di zucchero?
I
— 97 — .
— Eccola qui — disse la Fata, tii*andola fuori
da uua zuccheriera d'oro.
— Piima voglio la pallina di zucchero, e poi
beverò quell' acquacela amara....
— Me lo prometti?
— Sì.... —
La Fata gli dette la pallina, e Pinocchio dopo
averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse
leccandosi i labbri:
— Bella cosa se anche lo zucchero fosse una
medicina !... Mi purgherei tutt' i giorni.
— Ora mantieni la promessa e bevi queste
poche gocciole d' acqua, che ti renderanno la sa-
lute. —
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in
mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi
se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la
punta del naso: finalmente disse:
— È troppo amara! troppo amara! Io non la
posso bere.
— Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno as-
saggiata'?
— Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio
I)rima un' altra pallina di zucchero.... e poi la be-
verò! —
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una
buona mamma, gli pose in bocca un altro po' di
— 08 —
zucchero; e dopo gli x>reseiitò daccapo il bic-
cliiere.
— Così non lo posso bere! — disse il burat-
tino, facendo mille smorfie.
— Perchè?
— Perchè mi dà noia quel guanciale che ho
laggiù sui piedi. —
La Fata gli levò il guanciale.
— È inutile! I^emmeno così la posso bere.
— Ohe cos'altro ti dà noia?
— Mi dà noia l'uscio di camera, che è mezzo
aperto. —
La Fata andò, e chiuse l'uscio di camera.
— Insomma, — gridò Pinocchio dando in uno
scoppiordipianto — quest' acquacela amara, non
la voglio bere, no, no, no!...
— Eagazzo mio, te ne pentirai....
— Non me n'importa....
— La tua malattia è grave.
— Non me n'importa
— La febbre ti porterà in poche ore all'altro
mondo....
— Non me n'importa....
— Non hai paura della morte?
— Nessuna paura! Piuttosto morire, che be-
vere quella medicina cattiva. —
A questo punto, la porta della camera si spa-
— 99 —
lancò, ed entrarono dentro quattro conigli neri
come Pincliiostro, che portavano sulle sx)alle una
piccola bara da morto.
Entrarono dentro quattro conigli neri come l'inchiostro.
— Che cosa volete da me? — gridò Pinocchio,
rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.
— Siamo venuti a prenderti — rispose il co-
niglio più grosso.
— 100 —
— A prendermi ? Ma io non sono ancora morto!...
— Ancora no: ma ti restano pochi momenti di
vita, avendo tn ricusato di bevere la medicina, che
ti avrebbe guarito dalla febbre!
— O Fata mia, o Fata mia! — cominciò al-
lora a strillare il burattino — datemi subito quel
bicchiere.... Spicciatevi, per carità, perchè non
voglio morire, no.... non voglio morire. —
E preso il bicchiere con tutt'e due le mani,
lo votò in un fiato.
— Pazienza ! — dissero i conigli. — Per questa
volta abbiamo fatto il viaggio a ufo. — E tiratisi
di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di
camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
Fatto sta che di lì a pochi minuti. Pinocchio
saltò giù dal letto, belP e guarito; perchè biso-
gna sapere che i burattini di legno hanno- il
]3rivilegio di ammalarsi di rado e di guarire pre-
stissimo.
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la
camera, vispo e allegro come un gallettino di
l)rimo canto, gli disse:
— Dunque la mia medicina t'ha fatto bene
davvero 1
— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!
— E allora come mai ti sei fatto tanto pre-
gare a beveria?
— 101 -
^— Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Ab-
biamo più paura delle medicine che del male.
— Vergogna ! I ragazzi dovrebbero sapere che
un buon medicamento preso a tempo, può sal-
varli da una grave malattia e fors' anche dalla
morte....
— Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto
pregare ! Mi rammenterò di quei conigli neri, con
la bara sulle spalle.... e allora piglierò subito il
bicchiere in mano e giù....
— Ora vieni un po' qui da me, e raccontami
come andò che ti trovasti fra le mani degli as-
sassini.
— Gli andò, che il burattinaio Mangiafoco, mi
dette cinque monete d' oro, e mi disse : — To', por-
tale al tuo babbo! — e io, invece, per la strada
trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto
per bene, che mi dissero: — Vuoi che codeste
monete diventino mille e duemila! Vieni con noi,
e ti condurremo al Campo dei miracoli. — E io
dissi, andiamo; — e loro dissero: — Fermiamoci
qui all' osteria del Gambero Eosso, e dopo la mez-
zanotte ripartiremo. — E io quando mi svegliai,
non c'erano più, perchè erano partiti. Allora io
cominciai a camminare di notte, che era un buio
che pareva impossibile, per cui trovai per la
strada due assassini dentro due sacchi da car-
— 102 —
bone, che mi dissero: — Metti fuori i quattrini;
— e io dissi : — non ce n' ho ; — perchè le mo-
nete d'oro me l'ero nascoste in bocca, e uno
degli assassini si provò a mettermi le mani in
bocca, e io con un morso gli staccai la mano e
poi la sputai, ma invece di una mano sputai
uno zampetto di gatto. E gli assassini a cor-
rermi dietro, e io corri che ti corri, finché mi
raggiunsero, e mi legarono per il collo a un al-
bero di questo bosco col dire; — Domani torne-
remo qui, e allora sarai morto e colla bocca
aperta, e così ti porteremo via le monete d' oro
che hai nascoste sotto la lingua —
— E ora le quattro monete dove le hai messe ?
— gli domandò la Fata.
— Le ho perdute! — rispose Pinocchio; ma
disse una bugia, ijerchè invece le aveva in tasca.
Appena detta la bugia il suo naso, che era già
lungo, gli crebbe subito due dita di più.
— E dove le hai perdute!
— Nel bosco qui vicino. —
A questa seconda bugia, il naso seguitò a cre-
scere.
— Se le hai perdute nel bosco vicino — disse
la Fata — le cercheremo e le ritroveremo: per-
chè tutto quello che si perde nel vicino bosco,
si ritrova sempre.
— 103 —
— Ah! ora che mi rammento bene — replicò
il bnrattino imbrogliandosi — le quattro monete
non le ho perdute, ma senza avvedermene, le ho
inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. —
Il naso gli si allangò in nn modo così straordinario....
A questa terza bugia, il naso gli si allungò in
un modo così straordinario, che il povero Pinoc-
chio non poteva più girarsi da nessuna parte.
Se si voltava di qui, batteva il naso nel letto o
nei vetri della finestra, se si voltava di là, lo
batteva nelle pareti o nella porta di camera, se
— 104 —
alzava un po' di più il capo, correva il rischio
di ficcarlo in un occhio alla Fata.
E la Fata lo guardava e rideva.
— Perchè ridete I — gli domandò il burattino,
tutto confuso e impensierito di quel suo naso che
cresceva a occhiate.
— Kido della bugia che hai detto.
— Come mai sapete che ho detto una bugia!
— Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono su-
bito, perchè ve ne sono di due specie: vi sono
le bugie che hanno le gambe cort-e, e le bugie
che hanno il navSO lungo: la tua per l'appunto
è di quelle che hanno il naso lungo. —
Pinocchio, non sapendo i3Ìù dove nascondersi
per la vergogna, si provò a fuggire di camera,
ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tant/^,
che non passava più dalla porta.
XVIII.
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a scniiiiare
le quattro monete nel Campo dei miracoli.
Come jjotete immaginarvelo, la Fata lasciò che
il burattino piangesse e urlasse una buona mez-
z' ora a motivo di quel suo naso che non passava
più dalla porta di camera: e lo fece per dargli
una severa lezione e perchè si correggesse dal
brutto vizio di dire bugie, il più brutto vizio che
possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide tra-
sfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran
disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani
insieme, e a quel segnale entrarono in camera
dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chia-
mati Picchi, i quali, ijosatisi tutti sul naso di
Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e
poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme
e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza
naturale.
^— Quanto siete buona. Fata mia, — disse il
burattino, asciugandosi gli occhi — e quanto
bene vi voglio!
— 106 —
— Ti voglio bene anch' io, — rispose la Fata
— e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio
fratellino e io la tua buona sorellina....
— Io resterei volentieri.... ma il mio povero
babbo!
— Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato
digià avvertito : e prima che faccia notte, sarà qui.
— Davvero? — gridò Pinocchio, saltando dal-
l' allegrezza. — Allora, Fatina mia, se vi conten-
tate, vorrei andargli incontro ! ITon vedo l' ora di
poter dare un bacio a quel povero vecchio, che
ha sofferto tanto per me!
— Va' pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi
la via del bosco, e sono sicura che lo incontrerai. —
Pinocchio partì : e appena entrato nel bosco,
cominciò a correre come un capriòlo. Ma quando
fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla
Quercia grande, si fermò, perchè gli parve di
aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti
vide apparire sulla strada, indovinate chi ?... la
Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viag-
gio coi quali aveva cenato all' osteria del Gam-
bero rosso.
— Ecco il nostro caro Pinocchio ! — gridò la
Volpe, abbracciandolo e baciandolo. — Come mai
sei qui?
— Come mai sei qui? — ripetè il Gatto.
— 107 —
— È una storia lunga — disse il burattino —
e ve la racconterò a comodo. Sappiate però che
V altra notte, quando mi avete lasciato solo sul-
l'osteria ho trovato gli assassini per la strada....
— Gli assassini!... Oh j)overo amico! E che
cosa volevano!
— Ecco il nostro caro Pinocchio ! — gridò la Volpe, abbracciandolo.
— Mi volevano rubare le monete d' oro.
— Infami!... — disse la Volpe.
— Infamissimi! — ripetè il Gatto.
— Ma io cominciai a scappare — continuò a
dire il burattino — e loro sempre dietro : tinche
mi raggiunsero e m' impiccarono a un ramo di
quella quercia.... —
— 108 —
E Pinoccliio accennò la Quercia grande, clic
era lì a due passi.
— Si può sentir di peggio? — disse la Volpe.
— In che mondo siamo condannati a vivere! Dove
troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuo-
mini ? —
Nel tempo che parlavamo così, Pinocchio si
accòrse che il gatto era zoppo dalla gamba de-
stra davanti, perchè gli mancava in fondo tutto
lo zampetto cogli unghioli ; per cui gli domandò :
— Ohe cosa hai fatto del tuo zampetto? —
Il gatto voleva rispondere qualche cosa, ma
s' imbrogliò. Allora la Volpe disse subito :
— Il mio amico è troppo modesto, e per que-
sto non risponde. Eisponderò io per lui. Sappi
dunque che un' ora fa abbiamo incontrato sulla
strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame,
che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo
noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che
cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un
cuore di Cesare? Si è staccato coi denti uno
zampetto delle sue gambe davanti e 1' ha get-
tato a quella povera bestia, perchè potesse sdi-
giunarsi. —
E la Volpe, nel dir così si rasciugò una lagrima.
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al
Gatto, sussurrandogli negli orecchi:
— 109 —
— Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i
topi !
— E ora che cosa fai in questi luoglii ì — do-
mandò la Volpe al burattino.
— Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui
di momento in momento.
— E le tue monete d' oro ?
— Le lio sempre in tasca, meno una che la
spesi all' osteria del Gambero rosso.
— E pensare che, invece di quattro monete,
potrebbero diventare domani mille 4 duemila!
Perchè non dai retta al mio consiglio? Perchè
non vai a scDiinarle nel Campo dei miracoli?
— Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
' — Un altro giorno sarà tardi ! — disse la Volpe.
— Perchè?
— Perchè quel campo è stato comprato da un
gran signore, e da domani in là non sarà j)iii per-
messo a nessuno di seminarvi i denari.
— Qiiant' è distante di qui il Camx)o dei mira-
coli ?
— Due chilometri appena. Vuoi venire con
noi ? Fra mezz' ora sei là : semini subito le quat-
tro monete: dopo pochi minuti ne raccogli due-
mila, e stasera ritorni qui con le tasche i)iene.
Vuoi venire con noi? —
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perchè
— no —
gli tornò in mente la buona Fata, il veccliio Gep-
petto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma
poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza
un/ fìl di giudizio e senza cuore; finì, cioè, col
dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe
e al Gatto:
— Andiamo pure ; io vengo con voi. —
, E partirono.
Dopo aver camminato una mezza giornata ar-
rivarono a una città che aveva nome « Acchiap-
pacitrulli. » Appena entrato in città. Pinocchio
vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati,
che sbadigliavano dall' appetito, di pecore tosate,
che tremavano dal freddo, e di galline rimaste
senza cresta e senza bargigli, che chiedevano
V elemosina d' un chicco di granturco, di grosse
farfalle che non potevano più volare, perchè ave-
vano venduto le loro bellissime ali colorite, di
pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi
vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti,
rimpiangendo le loro scintillanti penne d' oro e
d'argento, ormai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di po-
veri vergognosi, passavano di tanto in tanto al-
cune carrozze signorili con entro o qualche Volpe,
o qualche Gazza ladra, o qualche uccellacelo di
rapina.
— Ili —
— E il Campo dei miracoli dov'è? — domandò
Pinocchio.
— È qni a dne passi. —
Detto fatto traversarono la città, e, usciti fuori
Vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati.
delle mura, si fermarono in un campo solitario
che, su per giù, somigliava a tutti gli altri cami>i.
— Eccoci giunti; — disse la Volpe al burat-
tino — ora chinati giù a terra, scava con le mani
una piccola Ijuca nel campo, e mettici dentro le
monete d' oro. —
Pinocchio obbedì. Scavò la buca, ci pose le
— 112 —
quattro monete d'oro che gli erano rimaste: e
dopo ricoprì la buca con un po' di terra.
— Ora poi — disse la Volpe — va' alla gora
qui vicina,, prendi una secchia d'acqua e annaf-
fia il terreno dove hai seminato. —
Pinocchio andò alla gora, e perchè non aveva
lì per lì una secchia, si levò di piedi una cia-
batta, e riempitala d' acqua, annaffiò la terra che
colpiva la buca. Poi domandò:
— C'è altro da fare?
— Nient' altro ; — rispose la Volpe — ora pos-
siamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ven-
tina di minuti, e troverai l'arboscello già spuntato
dal suòlo e coi rami tutti carichi di monete. —
Il povero burattino, fuori di sé dalla gran con-
tentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto,
e promise loro un bellissimo regalo.
— ì^oì non vogliamo regali; — risposero que'due
malanni — a noi ci basta di averti insegnato il
modo di arricchire senza durar fatica, e siamo con-
tenti come pasque. —
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli
una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.
XIX.
Pinocchio è derubato delle sue monete d' oro, o por gastigo
si busca quattro mesi di prigione.
Il burattino, ritornato in città, cominciò a con-
tare i minuti a uno a uno: e quando gli parve
che fosse l'ora, riprese subito la strada che me-
nava al Campo dei miracoli.
E mentre camminava con passo frettoloso, il
cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac,
come un orologio da sala, quando corre davvero.
E intanto pensava dentro di sé:
— E se invece di mille monete ne trovassi su
i rami dell'albero duemila?... E se invece di due-
mila, ne trovassi cinquemila! e se invece di cin-
quemila, ne trovassi centomila? O che bel signore,
allora, che diventerei!... Vorrei avere un bel pa-
lazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per
potermi baloccare, una cantina di rosolii e di ai-
chermes, e una libreria tutta piena di canditi, di
torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni
colla panna. —
114 —
Così fantasticando, giunse in vicinanza del
campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse
potuto scorgere qualche albero coi rami caricld di
^- = ■•% ^f'W'f^" I . t"*^'-
^ j" -- I..II
Tirò fuori una mano di tasca
e 8i dette una lunghissima grattatiua di capo.
monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi
in avanti, e nulla; entrò sul campo.... andò proprio
su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i
suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso, e,
— 115 —
dimenticando le regole del Galateo e della buona
creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette
una lunghissima grattatina di capo.
In quel mentre sentì fischiarsi negli orecchi
una gran risata: e voltandosi in su, vide sopra
un albero un grosso pappagallo, che si si3olli-
nava le poche penne che aveva addosso.
— Perchè ridi? — gli domandò Pinocchio con
voce di bizza.
— Kido, perchè nello spollinarmi mi son fatto
il solletico sotto le ali. —
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riem-
pita d'acqua la solita ciabatta, si pose nuova-
mente ad annaftìare la terra, che ricopriva le mo-
nete d'oro.
Quand'ecco che un'altra risata, anche più im-
pertinente della prima, si fece sentire nella so-
litudine silenziosa di quel campo.
— Insomma, — gridò Pinocchio arrabbiandosi
— si può sapere. Pappagallo mal educato, di che
cosa ridi?
— Eido di quei barbagianni, che credono a
tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare
da chi è più furbo di loro.
— Parli forse di me I
— Sì, parlo di te, povero Pinocchio : di te che
sei così dolce di sale, da credere che i denari si
— IIG —
possano seminare e raccogliere nei campi, come
si seminano i fagiuoli e le zucche. Anch'io l'ho
creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi
(ma troppo tardi !) mi son dovuto persuadere che
per mettere insieme onestamente pochi soldi bi-
sogna saperseli guadagnare o col lavoro delle
proprie mani o coli' ingegno della propria testa.
— !N'on ti capisco — disse il burattino, che già
cominciava a tremare dalla paura.
— Pazienza ! Mi spiegherò meglio — soggiunse
il Pappagallo. — Sappi dunque che, mentre tu eri
in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in que-
sto campo : hanno preso le monete d' oro sotter-
rate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora,
chi li raggiunge è bravo ! —
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo
credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle
mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva
annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca
così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un
pagliaio: ma le monete non c'erano più.
Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa
in città e andò difilato in tribunale, per denun-
ziare al giudice i due malandrini, che lo avevano
derubato. 'v
Il giudice era uno scimmione della razza dei
Gorilla ; un vecchio scimmione rispettabile per la
— 117 —
sua grave età, per la sua barba bianca e special-
mente per i suoi occhiali d' oro, senza vetri, che
era costretto a portare continuamente, a motivo
d'una flussione d'occhi, che lo tormentava da pa-
recchi anni.
m\m
Pinocchio, alla presenza del giudice
raccontò per filo e per segno l' iniqua frode.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò
per filo e per segno l' iniqua frode, di cui era stato
vittima; dette il nome, il cognome e i connotati
dei malandrini, e finì chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese
vivissima parte al racconto: s'intenerì^, si com-
8
— 118 —
mosse : e quando il burattino non ebbe più nulla
da dire, allungò la mano e sonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due
can mastini vestiti da gì andarmi.
Allora il giudice, accennando Pinoccliio ai gian-
darmi, disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di quat-
tro monete d' oro : pigliatelo dunque, è mettetelo
subito in ])rigione. —
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza
fra capo e collo, rimase di i3rincisbecco e voleva
protestare: ma i giandarmi, a scanso di perdi-
temj)i inutili, gli tapparono la bocca e lo con-
dussero in gattabuia.
E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro
lunghissimi mesi : e vi sarebbe rimasto anche di
lùù, se non si fosse dato un caso fortunatissimo.
Perchè bisogna sapere che il giovane Imperatore
che regnava nella città di AcchiappacitruUi, aven-
do riportato una bella vittoria contro i suoi ne-
mici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie,
fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi,
e in segno di maggiore esultanza, volle che fos-
sero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti
i malandrini.
— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire
anch' io — disse Pinoccliio al carceriere.
— 121 —
— Voi no, — rispose il carceriere — perchè
voi non siete del bel numero....
— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono
un malandrino anch'io.
Gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
— In questo caso avete mille ragioni, — disse
il carceriere; e levandosi il berretto rispettosa-
mente e salutandolo, gli ai)rì le porte della pri-
gione e lo lasciò scappare.
XX.
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata ;
ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane
preso alla tagliuola.
Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio quando
si sentì libero. Senza stare a dire che è e che
non è, uscì subito fuori della città e rijjrese la
strada che doveva ri condurlo alla Casina della
Fata.
A cagione del tempo i)iovigginoso, la strada
era diventata tutta un pantano e ci si andava
fino a mezza gamba.
Ma il burattino non se ne dava per inteso.
Tormentato dalla passione di rivedere il suo
babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, cor-
reva a salti come un can levriero, e nel correre
le pillacchere gli schizzavano fin sopra il ber-
retto^ Intanto andava dicendo fra sé e sé :
— Quante disgrazie mi sono accadute.... Pj me
le merito ! perchè io sono un burattino testardo e
I)iccoso..., voglio far semijre tutte le cose a modo
— 123 —
mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene
e che hanno mille volte più giudizio di me !... Ma
da questa volta in là, faccio proponimento di cam-
biar vita e di diventare un ragazzo ammodo e
ubbidiente!... Tanto ormai ho beli' e visto che i
ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sem-
pre e non ne infilano mai una per il su' verso. E il
mio babbo mi avrà aspettato?... Ce lo troverò a
casa della Fata ? È tanto tempo, pover' uomo, che
non lo vedo più, e che mi struggo di fargli mille
carezze e di finirlo dai baci ! E la Fata mi per-
donerà la brutta azione che le ho fatta?... E pen-
sare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e
tante cure amorose.... e pensare che se oggi son
sempre vivo, lo debbo a lei ! Ma si può dare un
ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?... —
IS'el tempo che diceva così, si fermò tutt'a un
tratto spaventato, e fece quattro passi indietro.
Che cosa aveva veduto?
Aveva veduto un grosso serpente, disteso at-
traverso alla strada, che aveva la x>elle verde,
gli occhi di fuoco e la coda appuntata che gli
fumava come una cappa di camino.
Impossibile immaginarsi la paura del burat-
tino: il quale, allontanandosi più di mezzo chi-
lometro, si mise a sedere sopra un monticello di
sassi, aspettando che il serpente se ne andasse
— 124 —
una buona volta per i fatti suoi e lasciasse li-
bero il passo della strada.
Aspettò un'ora; due ore: tre ore: ma il ser-
pente era sempre là, e anche di lontano, si ve-
deva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco e la
colonna di fumo che gli usciva dalla punta della
coda.
Allora Pinoccbio, figurandosi di aver corag-
gio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e fa-
cendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse
al serpente:
— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il
piacere di tirarsi un pochino da una i^arte, tanto
da lasciarmi passare? —
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
Allora riprese colla solita vocina:
— Deve sapere, signor Serpente, che io vado
a casa, dove c'è il mio babbo che mi aspetta e
che è tanto tempo che non lo vedo più !... Si con-
tenta dunque, che io seguiti per la mia strada? —
Asj)ettò un seguo di risposta a quella domanda:
ma la risposta non venne: anzi il serpente, che
fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò
immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiu-
sero, e la coda gli smesse di fumare.
— Ohe sia morto davvero? — disse Pinocchio,
dandosi una fregatina di mani dalla gran con-
— 125 —
lentezza ; e senza mettere tempo in mezzo, fece
l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte
della strada. Ma non aveva ancora finito di al-
zare la gamba, che il Serpente si rizzò all'im-
Cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada..,.
provviso come una molla scattata: e il burat-
tino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e
cadde per terra.
E per l'appunto cadde così male, che restò
col capo conficcato nel fango della strada e colle
gambe ritte su in aria.
Alla vista di quel burattino, che sgambettava
— 120 —
a capofitto con una velocità incredibile, il ser-
pente fu preso da una tal convulsione di risa che
ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo
ridere, gli si strappò una vena sul petto : e quella
volta morì davvero.
Allora Pinocchio ricominciò a correre per ar-
rivare a casa della Fata avanti che si facesse buio.
Ma lungo la strada, non potendo più reggere ai
morsi terribili della fame, saltò in un campo col-
P intenzione di cogliere poche ciocche d'uva mo-
scadella. Non l'avesse mai fatto!
Appena giunto sotto la vite, crac,.,, sentì strin-
gersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fe-
cero vedere quante stelle c'erano in cielo.
Il povero burattino era rimasto preso a una
tagliuola appostata là da alcuni contadini per
beccarvi alcune grosse faine, che erano il fla-
gello di tutti i polli del vicinato.
XXI.
Piuocchio è preso d.i un contadino, il quale lo costringo
a far da can di guardia a un pollaio.
Pinoccliio, come potete fignrarvelo, si détte a
piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano
l)ianti e grida inutili, perchè lì all'intorno non
si vedevano case, e dalla strada non passava ani-
ma viva.
Intanto si fece notte.
Un po' per lo spasimo della taglinola che gli
segava gli stinchi, e un po' per la paura di tro-
varsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il
burattino principiava quasi a svenirsi: quando a
un tratto, vedendosi passare una lucciola di sul
capo, la chiamò e le disse:
— O lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi
da questo supplizio!...
— Povero figliuolo l — replicò la lucciola, fer-
mandosi impietosita a guardarlo. — Come mai sei
rimasto colle gambe attanagliate fra cotesti ferri
arrotati I
— Sono entrato nel campo per cogliere due
grappoli di quest'uva moscadella, e....
— 128 —
— Ma V uva era tua ?
— No....
— E allora chi t' ha insegnato a portar via la
roba degli altri?...
— Avevo fame....
— La fame, ragazzo mio, non è una buona ra-
gione per potersi appropriare la roba che non
è nostra...
— È vero, è vero! — gridò Pinocchio pian-
gendo — ma un' altra volta non lo farò più. —
A questo punto il dialogo fu interrotto da un
piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano.
Era il padrone del campo che veniva in punta di
piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che gli
mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta
presa al trabocchetto della tagliuola.
E la sua maraviglia fu grandissima quando, ti-
rata fuori la lanterna di sotto al pastrano, s' ac-
còrse che, invece di una faina, c'era rimasto preso
un ragazzo.
— Ah, ladracchiòlo ! — disse il contadino in-
collerito — dunque sei tu che mi porti via le
galline ?
. — Io no, io no ! — gridò Pinocchio, singhioz-
zando. — Io sono entrato nel campo per prendere
soltanto due grappoli d'uva!
— Ohi ruba l' uva è capacissimo di rubare an-
— 129 —
elle i polli. Lascia fare a me, che ti darò una le-
zione da ricordartene per un pezzo. —
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per
'ili
^^0
v^
— Ab, ladracchiòlo ! dnnque sei tu che mi porti via le galline?
la collottola e lo portò di peso fino a casa, come
si porterebbe un agnellino di latte.
Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo
scaraventò in terra: e tenendogli un piede sul
collo, gli disse:
— Oramai è tardi e voglio andare a letto. I no-
— 130 —
stri conti gli aggiusteremo domani. Intanto, sic-
come oggi m'è morto il cane che mi faceva la
guardia di notte, tu prenderai subito il suo po-
sto. Tu mi farai da cane di guardia. —
•Q- ^^^
— Tu puoi andare a cuccia in quel casotto di leguo.
Detto fatto, gì' infilò al collo un grosso collare
tutto coperto di spunzoni d'ottone, e glielo strinse
in modo, da non poterselo levare passandoci la
testa di dentro. Al collare c'era attaccata una
lunga catenella di ferro : e la catenella era fissata
nel muro.
— Se questa notte — disse il contadino — co-
minciasse a i^iovere, tu puoi andare a cuccia in
— 131 —
quel casotto di legno, dove e' è sempre la paglia
che ha servito di letto per quattro anni al mio po-
vero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ri-
cordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare. —
Dopo quest' ultimo avvertimento, il contadino
entrò in casa chiudendo la porta con tanto di cate-
naccio : e il povero Pinocchio rimase accovacciato
sulP aia più morto che vivo, a motivo del freddo,
della fame e della paiu'a. E di tanto in tanto cac-
ciandosi rabbiosamente le mani dentro il collare,
che gli serrava la gola, diceva piangendo:
— Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho
voluto fare lo svogliato, il vagabondo.... ho voluto
dar retta ai cattivi compagni, e per questo la for-
tuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ra-
gazzino per bene, come ce n'è tanti; se avessi
avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi
rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora
non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare
il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh
se potessi rinascere un' altra volta!... Ma oramai
è tardi e ci vuol pazienza! —
Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne pro-
prio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addor-
mentò.
XXIL
Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele
vien posto in libertà.
Ed era già più di due ore che dormiva sapo-
ritamente, quando verso la mezzanotte fu sve-
gliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine
strane, che gli parve di sentir nell'aia. Méssa fuori
la punta del naso dalla buca del casotto, vide riu-
nite a consiglio quattro bestiole di pelame scuro
che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano
faine, animaletti carnivori, ghiottissimi d'uova e
di pollastrine giovani. Una di queste faine, stac-
candosi dalle sue compagne, andò alla buca del
casotto, e disse sottovoce:
— Buona sera, Melampo.
— Io non mi chiamo Melampo — rispose il bu-
rattino.
— O dunque chi sei?
— Io sono Pinocchio.
— E che cosa fai costì ì
— Faccio il cane di guardia.
— O Melampo dov'è! dov'è il vecchio cane,
che stava in questo casotto?
— 133 —
— È morto questa mattina.
— Morto ? povera bestia !... Era tanto buono !...
Ma giudicandoti dalla fìsonomia, anche te mi
sembri un cane di garbo.
— Domando scusa, io non sono un cane!...
— O chi sei ?
Una di queste faine, staccandosi dalle sne compagne
andò alla buca del catotto.
— Io sono un burattino.
— É fai da cane di guardia ?
— Pur troppo : per mia punizione !...
— Ebbene, io ti propongo gli stessi patti che
avevo col defunto Melampo, e sarai contento.
— E questi patti sarebbero ?
— Noi verremo una volta la settimana, come
per il passato, a visitare di notte questo pollaio
e porteremo via otto galline. Di queste galline,
— 134 -
sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a
condizione, s' intende bene, che tu faccia fìnta di
dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare
e di svegliare il contadino.
— E Melampo faceva proprio così! — domandò
Pinoccliio.
— Faceva così, e fra noi e lui, siamo andati
sempre d'accordo. Dormi dunque tranquillamen-
te, e stai sicuro che prima di partire di qui ti
lasceremo sul casotto una gallina beli' e pelata
per la colazione di domani. Gi siamo intesi bene?
— Anche troppo bene!... — rispose Pinocchio :
e tentennò il capo in un certo modo minaccioso,
come se avesse voluto dire : — Fra poco ci ripar-
leremo !... —
Quando le quattro faine si credettero sicure
del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che
rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane;
e aperta a furia di denti e di unghioli la por-
ticina di legno, che ne chiudeva l'entrata, vi
sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non
erano ancora finite d' entrare, che sentirono la
porticina richiudersi con grandissima violenza.
Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il
quale, non contento di averla richiusa, vi passò
davanti per maggior sicurezza una grossa pietra,
a guisa di puntello.
E poi cominciò ad abbaiare : e, abbaiando prò-
— 135 —
prio (ìome se fosse un cane di guardia, faceva
colla voce: hù-bù-Mi-Mi,
A quella abbaiata, il contadino saltò il letto,
e preso il fucile e affacciatosi alla finestra, do-
mandò :
— Ohe e' è di nuovo ?
— 01 sono i ladri ! — rispose Pinocchio.
— Dove sono ?
— Nel pollaio.
— Ora scendo subito. —
E difatti, in men che si dice amen, il conta-
dino scese: entrò di corsa nel pollaio, e dopo
avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quat-
tro faine, disse loro con accento di vera con-
tentezza :
— Alla fine siete cascate nelle mie mani ! Po-
trei punirvi, ma sì vii non sono ! Mi contenterò,
invece, di portarvi domani all'oste del vicino
paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso
lepre dolce e forte. È un onore che non vi me-
ritate, ma gli uomini generosi come me non ba-
dano a queste piccolezze !... —
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a
fargli molte carezze, e fra le altre cose, gli do-
mandò :
— Oom' hai fatto a scoprire il complotto di que-
ste quattro ladroncelle? E dire che Melampo, il mio
fidoMelampo, non s'era mai accorto di nulla!... —
— 136 —
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare
quel che sapeva ; avrebbe potuto, cioè, raccontare
i patti vergognosi che passavano tra il cane e le
faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò
subito dentro di sé: — A che serve accusare i
morti !.. I morti son morti, e la miglior cosa che
si possa fare è quella di lasciarli in pace!...
— All' arrivo delle faine sulF aia, eri sveglio o
dormivi? — continuò a chiedergli il contadino.
— Dormivo : — rispose Pinocchio — ma le faine
mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una
è venuta fin qui al casotto per dirmi : « Se pro-
metti di non abbaiare, e di non svegliare il pa-
drone, noi ti regaleremo una pollastra beli' e pe-
lata ! » Capite, eh ? Avere la sfacciataggine di
fare a me una simile proposta! Perchè bisogna
sapere che io sono un burattino, che avrò tutti
i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello
di star di balla e di reggere il sacco alla gente
disonesta!
— Bravo ragazzo ! — gridò il contadino, bat-
tendogli sur una spalla. — Cotesti sentimenti ti
fanno onore: e per provarti la mia grande sod-
disfazione, ti lascio libero lìn d'ora di tornare
a casa. —
E gli levò il collare da cane.
XXIII.
Piiioccliio picange la morte della bella Bambina dai capelli turchini:
poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si
getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.
Appena Pinocchio non sentì più il peso duris-
simo e umiliante di quel collare intorno al collo,
si pose a scappare attraverso ai campi, e non si
fermò un solo minuto fìncliè non ebbe raggiunta
la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Ca-
sina della Fata.
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù
a guardare nella sotto^josta pianura, e vide be-
nissimo, a occhio nudo, il bosco dove disgrazia-
tamente aveva incontrato la Voli)e e il Gatto:
vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di
quella Quercia grande, alla quale era stato ap-
peso ciondoloni per il collo; ma, guarda di qui,
guarda di là, non gli fu possibile di vedere la pic-
cola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
Allora ebbe una specie di tristo presentimento ;
e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva
nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato.
— 138 —
dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la
Casina bianca non e' era più. C era, invece, una
piccola pietra di marmo, sulla quale si leggevano
in carattere stampatello queste dolorose parole:
QUI aiACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO.
Come rimanesse il burattino, quand' ebbe com-
pitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare
a voi. Cadde bocconi a terra, e coprendo di mille
baci quel marmo mortuario, détte in un grande
scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mat-
tina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre,
sebbene negli occhi non avesse più lacrime : e le
sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti
ed acuti, che tutte le colline all'intorno ne ri-
petevano l'eco.
E piangendo diceva:
« O Fatina mia, perchè sei mortai., perchè, in-
vece di te, non sono morto io, che sono tanto cat-
tivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo
dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso tro-
varlo, che voglio stare sempre con lui, e non la-
sciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che
— 139 —
non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi
bene.... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci....
ritorna viva come prima ! ì^on ti dispiace a ve-
dermi solo, abbandonato da tutti?... Se an-ivano
gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo
— O Fatina mia perchè sei morta?
dell'albero.... e allora morirò per sempre. Ohe vuoi
che io faccia qui solo in questo mondo ? Ora che
ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da man-
giare? Dove anderò a dormire la notte? Ohi mi
farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio,
cento volte meglio, che morissi anch'io ! Sì, voglio
morire! ih! ih! ih! »
E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto
— 140 —
di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli,
essendo di legno, non potè nemmeno levarsi il
gusto di ficcarci dentro le dita.
Intanto passò su per aria un grosso Colombo,
il quale soifermatosi, a ali distese, gli gridò da
una grande altezza:
— Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù ì
— Non lo vedi? piango! — disse Pinocchio al-
zando il capo verso quella voce, e strofinandosi
gli occhi colla manica della giacchetta.
— Dimmi, — soggiunse allora il Colombo —
> ■-
^ non conosci per caso fra i tuoi compagni, un bu-
rattino, che ha nome Pinocchio?
— Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? — ripetè
il burattino saltando subito in piedi. — Pinocchio
sono io! —
Il Colombo, a questa risposta, si calò veloce-
mente e venne a posarsi a terra. Era più grosso
di un tacchino.
— Conoscerai dunque anche Geppetto ? — do-
mandò al burattino.
— Se lo conosco ! È il mio povero babbo ! Ti
ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? ma
è sempre vivo? rispondimi, per carità; è sem-
pre vivo?
— L' ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia
del mare.
— 141 —
— Che cosa faceva?
— Si fabbricava da sé una piccola barchetta,
per traversare l'Oceano. Quel pover'uomo sono
più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca
di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si
è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del
nuovo mondo.
— Quanto e' è di qui alla spiaggia? — domandò
Pinocchio con ansia affettuosa.
— Più di mille chilometri.
— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella
cosa potessi avere le tue ali!...
— Se vuoi venire, ti ci porto io.
— Come?
— A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di-
molto?
— Peso ? tutt' altro ! Son leggiero come una fo-
glia. —
E lì, senza stare a dir altro. Pinocchio saltò
sulla groppa al Colombo ; e messa una gamba di
qui e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò
tutto contento : « Galoppa, galoppa, cavallino, che
mi preme di arrivar presto !... » Il Colombo prese
l'aìre e in pochi minuti arrivò col volo tanto in
alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quel-
l'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curio-
sità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da
— 142 —
tanta paura e da tali giracapi, clie per evitare il
pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle brac-
cia, stretto stretto, al collo della sua piumata ca-
valcatura. \
iiiastri
Si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo
della sua piamata cavalcatura.
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il
Colombo disse:
— Ho una gran sete!
— E io una gran fame! — soggiunse Pinocchio.
— 143 — .
— Fermiamoci a questa colombaia pochi mi-
nuti ; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere
domattina all'alba sulla spiaggia del mare. —
Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era
soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino
ricolmo di vecce.
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva
mai potuto patire le vecce: a sentir lui, gli fa-
cevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma
quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando
l'ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse :
— IiTon avrei mai creduto clie le vecce fossero
così buone!
— Bisogna persuadersi, ragazzo mio, — replicò
il Colombo — cbe quando la fame dice davvero
e non c'è altro da mangiare, anche le vecce di-
ventano squisite! La fame non ha capricci né
ghiottonerie ! —
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si ripo-
sero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono
sulla spiaggia del mare.
Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non vo-
lendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringra-
ziare per aver fatto una buona azione, riprese
subito il volo e sparì.
La spiaggia era piena di gente che urlava e
gesticolava, guardando verso il mare.
— 144 —
— Ohe cos' è accaduto ì — domandò Pinoccliio
a un.veccliiua.
— Gli è accaduto che un povero babbo, avendo
perduto il figliuolo, gli è voluto entrare in una
barchetta per andare a cercarlo di là dal mare;
e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta
sta per andare sott'acqua....
— Dov' è la barchetta 1
— Eccola laggiù, diritta al mio dito — disse
la vecchia, accennando una piccola barca che,
veduta a quella distanza pareva un guscio di
noce con dentro un omino piccino piccino.
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte,
e dopo aver guardato attentamente, cacciò un
urlo acutissimo gridando:
— Gli è il mi' babbo ! gli è il mi' babbo ! —
Intanto la barchetta, sbattuta dall' infuriare del-
l' onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tor-
nava a galleggiare: e Pinocchio, ritto sulla pimta
di un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il
suo babbo per nome, e dal fargli molti segnali
colle mani e col moccichino da naso e perfino
col berretto che aveva in capo.
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lon-
tano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, per-
chè si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a
furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato
— 145 —
volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso,
elle gì' impediva di lavorare col remo e di ijotersi
avvicinare alla terra.
Pinòcchio, non finiva più dal oùiamare il suo babbo per nome.
Tutt'a un tratto venne nna terribile ondata, e
la barca sparì. Aspettarono che la barca tornasse
a galla: ma la barca non si vide più tornare.
— Pover'nomo — dissero allora i pescatori.
— 146 —
che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando
sottovoce una preghiera, si mossero per tornar-
sene alle loro case.
Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e
voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di
vetta a uno scoglio si gettava in mare gridando :
— Voglio salvare il mio babbo! —
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava
facilmente e nuotava come un pesce. Ora si ve-
deva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei
flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con
un braccio, a grandissima distanza dalla terra.
Alla fine lo persero d' occhio, non lo videro più.
— Povero ragazzo ! — dissero allora i pesca-
tori, che erano raccolti sulla spiaggia; e bronto-
lando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro
case»
XXIV.
Pinocchio arriva all'isola delle « Api industriose »
e ritrova la Fata.
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare
in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò
tutta quanta la notte.
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, gran-
dinò, tuonò spaventosamente e con certi lampi,
che pareva di giorno.
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco
distante una lunga striscia di terra. Era un'isola
in mezzo al mare.
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiag-
gia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e
accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro,
come se fosse stato un fuscello o un fìl di paglia.
Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'on-
data tanto prepotente e impetuosa, che lo scara-
ventò di peso sulla rena del lido.
Il colpo fu così forte, che battendo in terra, gli
— 148 —
crocchiarono tutte le costole e tutte le congiun-
ture; ma si consolò subito col dire: — Anclie per
questa volta l'ho scampata bella! —
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il
sole apparve fuori in tutto il suo splendore, e il
mare diventò tranquillissimo e buono come un olio.
Allora il burattino distese i suoi panni al sole
per rasciugarli, e si pose a guardare di qua e di
là se per caso avesse potuto scorgere su quella
immensa spianata d' acqua una piccola barchetta
con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben
bene, non vide altro dinanzi a se che cielo, mare
e qualche vela di bastimento, ma così lontana
lontana, che pareva una mosca.
— Sai)essi almeno come si chiama quest'isola!
— andava dicendo. — Sapessi almeno se que-
st'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire
da gente che non abbia il vizio di attaccare i ra-
gazzi ai rami degli alberi ! ma a chi mai posso do-
mandarlo? a chi, se non c'è nessuno?... —
Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo
a quel gran paese disabitato, gli messe addosso
tanta malinconia, che stava lì lì per piangere;
quando tutt'a un tratto vide passare, a poca di-
stanza dalla riva, un grosso pesce che se ne an-
dava tranquillamente per i fatti suoi con tutta
la testa fuori dell'acqua.
— 149 —
Kon sapendo come chiamarlo per nome, il bu-
rattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire:
— Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una
parola ?
— Anche due — rispose il pesce, il quale era
un Delfino così garbato, come se ne trovano po-
chi in tutti i mari del mondo.
— Mi farebbe il piacere di dirmi se in que-
st' isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare,
senza pericolo d' esser mangiati ?
— Ve ne sono sicuro ! — rispose il Delfino. —
Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui.
— E che strada si fa per andarvi?
— Devi prendere quella viottola là, a mancina,
e camminare sempre diritto al naso. Non puoi
sbagliare.
— Mi dica un' altra cosa. Lei che passeggia
tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non
avrebbe incontrato per caso una piccola barchet-
tina con dentro il mi' babbo ?
— E chi è il tuo babbo!
— Gli è il babbo più buono del mondo, come
io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare.
— Golia burrasca che ha fatto questa notte —
rispose il Delfino — la barchetta sarà andata sot-
t' acqua.
— E il mio babbo?
, 10
— 150 -^
— A quest' ora V avrà inghiottito il terribile
Pesce-cane, clie da qualche giorno è venuto a
spargere lo sterminio e la desolazione nelle no-
stre acque.
— Ohe è grosso dimolto questo Pesce-cane ? —
Arrivederla, signor pesce : scasi tanto l' incomodo, e mille grazie
della sna garbatezza.
domandò Pinocchio, che di già cominciava a tre-
mare dalla paura.
— Se gli è grosso!... — replicò il Delfino. —
Perchè tu possa fartene un' idea, ti dirò che è più
grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una
boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe
comodamente tutto il treno della strada ferrata
colla macchina accesa
— 151 —
— Mamma mia! — gridò spaventato il burat-
tino ; e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al Det-
tino e gli disse:
— Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'in-
comodo, e mille gTazie della sua garbatezza. —
Detto ciò prese subito la viottola e cominciò a
camminare di un passo svelto: tanto svelto, cbe
pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo ru-
more elle sentiva, si voltava subito a guardare in-
dietro, per la paura di vedersi inseguire da quel ter-
ribile Pesce-cane grosso come una casa di cinque
piani e con un treno della strada ferrata in bocca.
Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò
a un piccolo paese detto « il paese delle Api in-
dustriose. » Le strade formicolavano di persone
che correvano di qua e di là per le loro faccende :
tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da
fare. ì^on si trovava un ozioso o un vagabondo
nemmeno a cercarlo col lumicino.
— Ho capito ; — disse subito quello svogliato
di Pinocchio — questo paese non è fatto per me !
Io non son nato per lavorare! —
Intanto la fame lo tormentava, perchè erano
oramai passate venti quattr' ore che non aveva
mangiato i)iù nulla; nemmeno una pietanza di
vecce.
Che fare?
— 152 —
Non gii restavano che due modi per potersi
sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere
in elemosina un soldo o un boccon di pane.
A chiedere l'elemosina si vergognava: perchè
il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'ele-
mosina hanno il diritto di chiederla solamente i
vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo,
meritevoli di assistenza e di compassione, non
sono altro che quelli che, per ragione d' età o di
malattia si trovano condannati a non potersi più
guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani.
Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare; e se
non lavorano e patiscono la fame tanto peggio
per loro.
In quel frattempo, passò per la strada un uomo
tutto sudato e trafelato, il quale da se solo tirava
con gran fatica due carretti carichi di carbone.
Pinocchio, giudicandolo alla fìsonomia per un
buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi
dalla vergogna, gli disse sottovoce:
— Mi fareste la carità di darmi un soldo per-
chè mi sento morir dalla fame?
— Non un soldo solo, — rispose il carbonaio
— ma te ne do quattro, a patto che tu m' aiuti a
tirare fino a casa questi due carretti di carbone.
— Mi meraviglio! — rispose il burattino quasi
offeso ; — per vostra regola io non ho fatto mai
il somaro; io non ho mai tirato il carretto!
— 153
— Meglio per te! — rispose il carbonaio. —
Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla
fame, mangia due belle fette della tua superbia e
bada di non prendere un'indigestione. —
— Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento
morir dalla fame?
Dopo pochi minuti passò per la via un mura-
tore, che portava sulle spalle un corbello di calcina.
— Fareste, galantuomo, la carità d' un soldo a
un 1)0 vero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito?
— Volentieri ; vieni con me a portar calcina,
— rispose il muratore — e invece d' un soldo, te
ne darò cinque.
— Ma la calcina è pesa, — replicò Pinocchio
— e io non voglio durar fatica.
— 154 —
— Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio,
divertiti a sbadigliare, e buon prò ti faccia. —
In nien di mezz' ora passarono altre venti per-
sone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d' elemo-
sina, ma tutte gli risposero :
— ì^on ti vergogni? Invece di fare il bighel-
lone per la strada, va' piuttosto a cercarti un
po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! —
Finalmente passò una buona donnina, che por-
tava due brocche d'acqua.
— Vi contentate, buona donna, che io beva
una sorsata d'acqua alla vostra brocca? — chiese
Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete.
— Bevi pure, ragazzo mio ! — disse la donnina,
posando le due brocche in terra.
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spu-
gna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca :
— La sete me la son levata! Così mi potessi
levar la fame!... —
La buona donnina, sentendo queste parole, sog-
giunse subito:
— Se mi aiuti a portare a casa una di queste
brocche d' acqua, ti darò un bel pezzo di pane. —
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose ne
sì né no.
— E insieme col pane ti darò un bel piatto di
cavol fiore condito coli' olio e coli' aceto — sog-
giunse la buona donna.
— 155 —
Pinoccliio détte un' altra occhiata alla brocca,
e non rispose né sì né no.
— E dopo il cavol fiore ti darò nn bel con-
fetto ripieno di rosolio. —
Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria,
Pinocchio non seppe più resistere, e fatto un
animo risoluto, disse:
— Pazienza! vi porterò la brocca fino a casa ! —
La brocca era molto pesa, e il burattino, non
avendo forza di portarla colle mani, si rassegnò
a portarla in capo.
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere
Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata, e
gli i30se davanti il pane, il cavol fiore condito e
il confetto.
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo sto-
maco pareva un quartiere rimasto vuoto e disa-
bitato da cinque mesi.
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della
fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua
benefattrice : ma non aveva ancora finito di fis-
sarla in volto, che cacciò un lunghissimo olilili!
di maraviglia, e rimase là incantato, cogli occhi
spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca
piena di pane e di cavol fiore.
— Ohe cosa è mai tutta questa meraviglia? —
disse ridendo la buona donna.
— Egli é.... — rispose balbettando Pinocchio —
— 156 —
egli è.... egli è.... che voi mi somigliate.... voi mi
rammentate.... sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi
ocelli.... gli stessi capelli.... sì, sì, sì.... anche voi
avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina
mia!... o Fatina mia!.,, ditemi che siete voi, pro-
prio voi !... !N'on mi fate più piangere ! Se sapeste !
Ho pianto tanto, ho patito tanto!... —
E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamen-
te, e gettatosi ginocchioni per terra abbracciava
i ginocchi di quella donnina misteriosa.
XXY.
Pinocchio promette alla Fata di esser buono o di studiare,
perchè è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo
ragazzo.
In sulle prime, la buona donnina cominciò col
dire che lei non era la piccola Fata dai capelli
turchini : ma poi, vedendosi ormai scoperta e non
volendo mandare più in lungo la commedia, tini
per farsi riconoscere, e disse a Pinocchio:
— Birba d' un burattino ! Come mai ti sei ac-
corto che ero io?
— Gli è il gran bene che vi voglio, quello che
me l'ha detto.
— Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora
mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi
farti da mamma.
— >E io Pho caro dimolto, perchè cosi, invece
di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è
tanto tempo che mi struggo di avere una mamma
come tutti gli altri ragazzi !... Ma come avete fatto
a crescere così presto?
— 158 —
— È un segreto.
— Insegnatemelo : vorrei crescere un poco an-
ch' io. 'Non lo vedete? Son sempre rimasto alto
come un soldo di cacio.
— Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata.
— Perchè?
— Perchè i burattini non crescono mai. Na-
scono burattini, vivono burattini e muoiono bu-
rattini.
— Oh ! sono stufo di far sempre il burattino !
— gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. —
Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo....
— E lo diventerai, se saprai meritarlo....
— Davvero? E che posso fare per meritar-
melo?
— Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un
ragazzino perbene.
— O che forse non lo sono?
— Tutt' altro ! i ragazzi perbene sono ubbi-
dienti, e tu invece....
— E io non ubbidisco mai.
— I ragazzi perbene prendono amore allo stu-
dio e al lavoro, e tu....
— E io, invece, faccio il bighellone e il vaga-
bondo tutto l'anno.
— I ragazzi perbene dicono sempre la ve-
rità...
— 159 —
— E io sempre le bugie.
— I ragazzi perbene vanno volentieri alla
scuola...
— E a me la scuola mi fa venire i dolori di
corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita.
— Me lo prometti ?
— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino
perbene, e voglio essere la consolazione del mio
babbo.... Dove sarà, il mio povero babbo, a que-
st'ora?
— l!^on lo so.
— Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e
abbracciare ì
— Credo di sì: anzi ne sono sicura. —
A questa risposta fu tale e tanta la conten-
tezza di Pinocchio, clie prese le mani alla Fata
e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pa-
reva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guar-
dandola amorosamente, le domandò:
— Dimmi, mammina: dunque non è vero che
tu sia morta?
— Par di no — rispose sorridendo la Fata.
— Se tu sapessi che dolore e che serratura alla
gola che provai, quando lessi qui giace,..,
— Lo so : ed è per questo che ti ho perdonato.
La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che
tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di
— 160 —
cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati
male, c'è sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è
— Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?
sempre da sperare che rientrino sulla vera strada.
Ecco perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò
la tua mamma....
1
— 161 —
— Oli che bella cosa! — gridò Pinocchio sal-
tando dall' allegrezza.
— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che
ti dirò io.
— Volentieri, volentieri, volentieri!
— Fino da domani — soggiunse la Fata — tu
comincerai coli' andare a scuola. —
Pinocchio diventò subito un po' meno allegro.
— Poi sceglierai a tuo piacere un' arte o un
mestiere.... —
Pinocchio diventò serio.
— Ohe cosa brontoli fra i denti? — domandò
la Fata con accento risentito.
— Dicevo.... — mugolò il burattino a mezza
voce — che oramai per andare a scuola mi pare
un po' tardi....
— ISi'ossignore. Tieni a mente che per istruirsi
e per imparare non è mai tardi.
— Ma io non voglio fare ne arti né mestieri....
— Perchè ?
— Perchè a lavorare mi par fatica.
— Kagazzo mio, — disse la Fata — quelli che
dicono così. Uniscono quasi sempre o in carcere
o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca
ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far
qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi
prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima ma-
— 162 —
lattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini ;
se no, quando siamo grandi non si guarisce più. —
Queste parole toccarono P animo di Pinocchio,
il quale, rialzando vivacemente la testa, disse
alla Fata:
— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello
che mi dirai, perchè insomma, la vita del burat-
tino mi è venuta a noia, e voglio diventare un
ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non
è vero!
— Te r ho promesso, e ora dipende da te. —
XXVI.
Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare,
per vedere il terribile Pesce-cane.
Il giorno dopo Pinoccliio andò alla Scuola co-
munale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando vi-
dero entrare nella loro scuola un burattino ! Fu
una risata, che non finiva più. Ohi gli faceva uno
scherzo, chi un altro : chi gli levava il berretto di
mano : chi gli tirava il giubbettino di dietro ; chi
si provava a fargli coli' inchiostro due grandi baffi
sotto il naso, e chi si attentava perfino a legargli
dei fili ai piedi e alle mani, per farlo ballare.
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò
via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza,
si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si pi-
gliavano giuoco di lui, e disse loro a muso duro:
— Badate, ragazzi : io non son venuto qui per
essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e vo-
glio esser rispettato.
— 164 —
— Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro
stampato ! — urlarono quei monelli, buttandosi
via dalle matte risate: e uno di loro più imper-
tinente degli altri, allungò la mano coli' idea di
prendere il burattino per la punta del naso.
Ma non fece a tempo: perchè Pinocchio stese
la gamba sotto la tavola, e gli consegnò una pe-
data negli stinchi.
— Ohi ! che piedi duri ! — urlò il ragazzo stro-
picciandosi il livido che gli aveva fatto il bu-
rattino.
— E che gomiti!... anche più duri dei piedi! —
disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s' era
beccata una gomitata nello stomaco.
Fatto sta che dopo quel calcio e quella go-
mitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la
simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli
facevano mille carezze e tutti gli volevano un
ben dell'anima.
E anche il maestro se ne lodava, perchè lo ve-
deva attento, studioso, intelligente, sempre il pri-
mo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a riz-
zarsi in piedi, a scuola finita.
Il solo difetto che avesse era quello di bazzi-
care troppi compagni ; e fra questi e' erano molti
monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di
studiare e di farsi onore.
— 165 —
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche
la buona Fata non mancava di dirgli e di ripe-
tergli più volte:
E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento,
studioso, intelligente.
— Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di
scuola finiranno, prima o poi, col farti perdere
l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti ad-
dosso qualche grossa disgrazia.
11
— 166 —
— IS'on e' è pericolo ! — rispondeva il burat-
tino, facendo una spallucciata, e toccandosi col-
r indice in mezzo alla fronte, come per dire : « C è
tanto giudizio qui dentro! »
Ora avvenne che un bel giorno, mentre cam-
minava verso la scuola, incontrò un branco dei
soliti compagni, che, andandogli incontro, gli dis-
sero :
— Sai la gran notizia ì
— ^o.
— Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-
cane grosso come una montagna.
— Davvero!.. Che sia quel medesimo Pesce-
cane di quando affogò il mio povero babbo!
— Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi
venire anche tu?
— Io no : voglio andare a scuola.
— Ohe t'importa della scuola? Alla scuola ci
anderemo domani. Oon una lezione di più o con
una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
— E il maestro che dirà?
— Il maestro si lascia dire. È pagato apposta
per brontolare tutti i giorni.
^ ^ E la mia mamma ?
— Le mamme non sanno mai nulla — rispo-
sero quei malanni.
— Sapete che cosa farò ? — disse Pinocchio. —
— 167 —
Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ra-
gioni.... ma anderò a vederlo dopo la scuola.
— Povero giucco ! — ribattè uno del branco. —
Che credi che un pesce di quella grossezza voglia
star lì a fare il comodo tuoi Appena s'è annoiato,
Coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio si messero a correre
attraverso ai campì.
piglia il dirizzone per un' altra parte, e allora chi
s' è visto s' è visto.
— Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia?
— domandò il burattino.
— Fra un'ora siamo beli' e andati e tornati.
— Dunque, via ! e chi più corre, è più brav^o !
— «Tidò Pinocchio.
— 168 -
Dato così il segnale della partenza, quel branco
di monelli coi loro libri e i loro quaderni sotto il
braccio si messero a correre attraverso ai campi
e Pinocchio era sempre avanti a tutti, pareva
che avesse le ali ai piedi.
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzo-
nava i suoi compagni rimasti a una bella di-
stanza, e nel vederli ansanti, trafelati, polverosi,
e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio
di cuore. Lo sciagurato, in quel momento, non
sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie
andava incontro.
XXVII.
Grau combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni : uno dei
quali essendo rimasto ferito, Piuoccliio viene arrestato dai
carabinieri.
Giunto che fu sulla spiaggia, Piuoccliio détte
subito una grande occhiata sul mare; ma non vide
nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio come
un gran cristallo da specchio.
— O il Pesce-cane dov'è! — domandò, voltan-
dosi ai compagni.
— Sarà andato a far colazione — rispose uno
di loro, ridendo.
— O si sarà buttato sul letto per fare un son-
nellino — soggiunse un altro, ridendo più forte
che mai.
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle
risatacce grulle. Pinocchio capì che i suoi compa-
gni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli
ad intendere una cosa che non era vera; e piglian-
dosela a male, disse loro con voce di bizza:
— E ora? che sugo ci avete trovato a darmi
ad intendere la storiella del Pesce-cane?
— 170 —
— Il sugo c'è sicuro!... — risposero in coro
quei monelli.
— E sarebbe?
— Quello di farti perdere la scuola e di farti
venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti
i giorni così preciso e così diligente alla lezione?
Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
— E se io studio, che cosa ve ne importa?
— A noi ce ne importa moltissimo, perchè ci
costringi a fare uua brutta figura col maestro....
— Perchè?
— Perchè gli scolari che studiano, fanno sem-
pre scomparire quelli, come noi, che non hanno
voglia di studiare. E noi non vogliamo scompa-
rire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!...
— E allora che cosa devo fare per contentarvi?
— Devi prendere a noia, anche tu, la scuola,
la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi
nemici.
— E se io volessi seguitare a studiare ?
— Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla
prima occasione ce la pagherai.
— In verità mi fate quasi ridere — disse il
burattino con una scrollatina di capo.
— Ehi, Pinocchio! — gridò allora il più grande
di quei ragazzi andandogli sul viso. — Non venir
qui a fare lo smargiasso; non venir qui a far tanto
— 171 —
il galletto!... perchè se tu non hai paura di noi,
neanche noi abbiamo paura di te! Eicordati che
tu sei solo e noi siamo sette.
— Sette come i peccati mortali — disse Pinoc-
chio con una gran risata.
— Avete sentito ? Gi ha insultati tutti ! Ci ha
chiamato col nome di peccati mortali!...
— Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa.... e se
no, guai a te!...
— Cucii! — fece il burattino, battendosi col-
l'indice sulla punta del naso, in segno di can-
zonatura.
— Pinocchio ! la finisce male !...
— Cucii!
— ^e toccherai quanto un somaro !...
— Cu cu !
— Ritornerai a casa col naso rotto!...
— Cucii !
— Ora il Cucù te lo darò io! — gridò il più
ardito di quei monelli. — Prendi intanto que-
st' acconto, e serbalo per la cena di stasera. —
E nel dir così, gli appiccicò un pugno nel capo.
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; per-
chè il burattino, com'era da aspettarselo, rispose
subito con un altro pugno: e lì, da un momento
all'altro, il combattimento diventò generale e ac-
canito.
— 172 —
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come
un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo
lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici
a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano
arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido
per ricordo.
Allora i ragazzi indispettiti di non potersi mi-
surare col burattino a corpo a corpo, pensarono
bene di metter mano ai proiettili ; e sciolti i fa-
gotti de' loro libri di scuola, cominciarono a sca-
gliare contro di lui ì Sillcibari^ le Grammatiche^
i Giannettin% ì Minuzzoli, i Racconti del Thouar,
il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma
il burattino, cbe era d'occhio svelto e ammalizzito,
faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi,
passandogli di sopra al capo, andavano tutti a
cascare nel mare.
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei
libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte
a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche
pagina o qualche frontespizio, la risputavano su-
bito, facendo con la bocca una certa smorfia, che
pareva volesse dire : « N^on è roba per noi : noi
siamo avvezzi a cibarci molto meglio ! »
Intanto il combattimento s'inferociva sempre
più, quand'ecco che un grosso Granchio, che era
uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio ar-
— 173 —
rampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vo-
ciaccia di trombone infreddato:
— Smettetela, birichini che non siete altro !
Qnand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito faori dall'acqua....
Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi
raramente vanno a finir bene. Qualche disgTazia
accade sempre!... —
Povero Granchio ! Fu lo stesso che avesse pre-
dicato al vento. Anzi, quella birba di Pinocchio,
— 174 —
voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli
disse sgarbatamente:
— Chetati, Granchio dell' uggia ! Faresti me-
glio a succiare due pasticche di lichene per gua-
rire da codesta infreddatura di gola. Va' piutto-
sto a letto, e cerca di sudare!...
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito
ormai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a
poca distanza il fagotto dei libri del burattino,
e se ne impadronirono in men che non si dice.
Fra questi libri, v'era un volume rilegato in
cartoncino grosso, colla costola e colle punte di
cartapecora. Era un Trattato di Aritmetica, Vi la-
scio immaginare se era peso di molto !
Uno di quei monelli agguantò quel volume, e
presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò
con quanta forza aveva nel braccio: ma invece
di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei
compagni, il quale diventò bianco come un panno
lavato, e non disse altro che queste parole :
— O mamma mia,... aiutatemi perchè muoio!...
— Poi cadde disteso sulla rena del lido.
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaven-
tati si dettero a scappare a gambe, e in pochi
minuti non si videro più.
Ma Pinocchio rimase lì; e sebbene per il do-
lore e per lo spavento, anche lui fosse più morto
— 175 —
che vivo, nondimeno corse ad inzuppare il suo
fazzoletto nell'acqua del mare, e si pose a ba-
gnare la tempia del suo povero compagno di
scuola. E intanto, piangendo dirottamente e di-
sperandosi, lo chiamava per nome e gii diceva:
— Eugenio !... povero Eugenio mio !... apri gli
occhi e guardami!... Perchè non mi rispondi! Non
sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Cre-
dilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio....
Se tieni gii occhi chiusi, mi farai morire anche
me.... O Dio mio! come farò ora a tornare a ca-
sa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla mia
buona mamma? Che sarà di me?... Dove fug-
girò?... Dove anderò a nascondermi?... Oh quan-
ta era meglio, mille volte meglio che fossi andato
a scuola!... Perchè ho dato retta a questi com-
pagni, che sono la mia dannazione ? E il maestro
me l'aveva detto!... e la mia mamma me l'aveva
ripetuto : « Guardati dai cattivi compagni ! » Ma
io sono un testardo.... un caparbiaccio.... lascio
dh^ tutti, e poi fo sempre a modo mio ! E dopo
mi tocca a scontarle.... E così, da che sono al
mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di
bene. Dio mio ! Che sarà di me, che sarà di me,
che sarà di me? —
E Pinocchio continuava a piang^ere, a berciare,
a darsi dei pugni nel capo e a chiamar per nome
— 176 —
il povero Eugenio, quando sentì a un tratto un
rumore sordo di passi che si avvicinavano.
Si voltò: erano due carabinieri.
— Ohe cosa fai così sdraiato per terra! — do-
mandarono a Pinocchio.
— Assisto questo mio compagno di scuola.
— Ohe gli è venuto male 1
— Par di sì !...
— Altro che male ! — disse uno dei carabinieri
chinandosi e osservando Eugenio da vicino. —
Questo ragazzo è stato ferito in una tempia : chi
è che l'ha ferito?
— Io no! — balbettò il burattino che non aveva
più fiato in corpo.
— Se non sei stato tu, chi è stato dunque che
l'ha ferito?
— Io no ! — ripetè Pinocchio.
— E con che cosa è stato ferito ?
— Con questo libro. — E il burattino rac-
cattò di terra il Trattato di Aritmetica^ rilegato
in cartone e cartapecora, per mostrarlo al cara-
biniere.
— E questo libro di chi è?
— Mio.
— Basta così : non occorre altro. Eizzati su-
bito, e vien via con noi.
— Ma io....
— 177 —
— Via con noi!...
— Ma io sono innocente....
— Via con noi ! —
Prima di partire, i carabinieri chiamarono al-
cuni pescatori, che in quel momento passavano
per l'appunto colla loro barca vicino alla si)iag-
gia, e dissero loro:
— Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel
capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Do-
mani torneremo a vederlo. —
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo
messo in mezzo a loro due, gi' intimarono con ac-
cento soldatesco:
— Avanti ! e cammina spedito ! se no, peggio
per te ! —
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a
camminare per quella viottola, che conduceva al
paese. Ma il povero diavolo non sapeva più nem-
meno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di so-
gnare, e che brutto sogno ! Era fuori di sé. I suoi
occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tre-
mavano: la lingua gli era rimasta attaccata al
palato e non poteva più spiccicare una sola pa-
rola. Eppure, in mezzo a quella specie di stu-
pidità e di rintontimento, una spina acutissima gli
bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover pas-
sare sotto le finestre di casa della sua buona fata,
— 178 —
in mezzo ai carabinieri. Avrebbe j)ref erito piut-
tosto di morire.
Erano già arrivati e stavano per entrare in
Si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due.
paese, quando una folata di vento strapazzone
levò di testa a Pinocchio il berretto, portando-
glielo lontano una diecina di passi.
— 179 —
— Si contentano — disse il burattino ai ca-
rabinieri — che vada a riprendere il mio ber-
retto?
— Vai pnre; ma facciamo una cosa lesta. —
Il burattino andò, raccattò il berretto.... ma in-
vece di metterselo in capo, se lo mise in bocca
fra i denti, e poi cominciò a correre di gran car-
riera verso la spiaggia del mare. Andava via
come una palla di fucile.
I carabinieri, giudicando che fosse difficile rag-
giungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane
mastino che aveva guadagnato il inumo i)remio
a tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e
il cane correva più di lui; per cui tutta la gente
si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo
alla strada, ansiosa di veder la fine di un palio
così inferocito. Ma non potè levarsi questa vo-
glia, perchè il can mastino e Pinocchio solleva-
rono lungo la strada un tal polverone, che dopo
pochi minuti non era possibile di veder più nulla.
XXYIII.
Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un pesce.
Durante quella corsa disperata, vi fa un mo-
mento terribile, un momento in cui Pinocchio
Q^A^ 6:\vos\r(
Sentiva dietro di aè, alla distanza d'un palmo, l'ansare afifannoso
di quella bestiaccia.
si credè perduto : perchè bisogna sapere che Ali-
doro (era questo il nome del can mastino) a fu-
ria di correre e correre, l'aveva quasi raggiunto.
Basti dire che il burattino sentiva dietro di sé,
— 181 —
alla distanza (rim palmo, l'ansare affannoso di
quella bestiaccia, e ne sentiva perfino la vami)a
calda delle fiatate.
■ Per buona fortuna la spiaggia era oramai vi-
cina, e il mare si vedeva lì a pocbi passi.
Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò
un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un
ranocchio, e andò a cascare in mezzo all'acqua.
Alidoro invece voleva fermarsi: ma trasportato
dall'impeto della corsa, entrò nell'acqua anche
lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per
cui cominciò subito ad annaspare colle zampe
per reggersi a galla; ma più annaspava, e più
andava col capo sott'acqua.
Quando ritornò a rimettere il cai^o fuori, il
povero cane aveva gli occhi impauriti e stralu-
nati, e, abbaiando gridava:
— Affogo ! affogo !
— Crepa! — gli rispose Pinocchio da lontano,
il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo.
— Aiutami, Pinocchio mio !... salvami dalla
morte !... —
A quelle grida strazianti il burattino, che in
fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a com-
passione, e voltosi al cane, gli disse:
— Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di
non darmi più noia e di non corrermi dietro I
12
— 182 --
— Te lo prometto ! te lo prometto ! Spicciati
per carità, perchè se indugi un altro mezzo mi-
nuto, son beli' e morto.
Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi
elle il suo babbo gli aveva detto tante volte che
Andò nuotando a raggiungere Alidore, e, presolo per la coda....
a fare una buona azione non ci si scapita mai,
andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo
per la coda con tutt' e due le mani, lo portò
sano e salvo sulla rena asciutta del lido.
Il povero cane non si reggeva più in piedi.
Aveva bevuto, senza volerlo, tant' acqua salata,
che era gonfiato come un pallone. Per altro il
burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò
— 183 —
cosa prudente eli gettarsi novamente in mare;
e allontanandosi dalla spiaggia, gridò all'amico
salvato :
— Addio, Alidoro ; fa' buon viaggio, e tanti
saluti a casa.
— Addio, Pinocchio, — rispose il cane — mille
grazie di avermi liberato dalla morte. Tu m'hai
latto un gran servizio: e in questo mondo quel
che è fatto è reso. Se capita l'occasione ci ri-
parleremo.... —
Pinocchio seguitò a nuotare, tenendosi sem-
pre vicino alla terra. Finalmente gli parve di
.,^sser giunto in un luogo sicuro: e dando un'oc-
chiata alla spiaggia, vide sugli scogli una spe-
cie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo
pennacchio di fumo.
— In quella grotta — disse allora fra se — ci
deve essere del fuoco. Tanto meglio! anderò a
rasciugarmi e riscaldarmi, e poi?... e poi sarà
quel che sarà. —
Presa questa risoluzione, si avvicinò alla sco-
gliera; ma quando fu lì per arrampicarsi, sentì
qualche cosa sotto l' acqua che saliva, saliva, sa-
liva e lo portava per aria. Tentò subito di fug-
gire, ma oramai era tardi, perchè con sua gran-
dissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro una
grossa rete in mezzo a un brulichìo di pesci
— 184 —
d'ogui forma e grandezza, clie scodinzolavano
e si dibattevano come tante anime disperate.
E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un
pescatore così brutto, ma tanto brutto, cbe pa-
reva un mostro marino. Invece di capelli aveva
sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde;
verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi,
verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin
quaggiù. Pareva un grosso ramarro, ritto sui
piedi di dietro.
Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete
dal mare, gridò tutto contento:
— Provvidenza benedetta ! Anch' oggi potrò
fare una bella scorpacciata di pesce!
— Manco male, che io non sono un pesce! —
disse Pinocchio dentro di se, ripigliando un po' di
coraggio.
La rete piena di pesci fu portata dentro la
grotta, una grotta buia e affumicata in mezzo
alla quale friggeva una gran padella d'olio, che
mandava un odorino di moccolaia, da mozzare il
respiro.
— Ora vediamo un po' che pesci abbiamo
presi ! — disse il pescatore verde ; e ficcando
nella rete una manona così spropositata, che
pareva una pala da fornai, tirò fuori una man-
ciata di triglie.
— 185 —
— Buone queste triglie! — disse, guardandole
e annusandole con compiacenza. E dopo averle
annusate, le scaraventò in una conca senz'acqua.
Poi ripetè più volte la solita operazione; e via
via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva ve-
nirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva:
— Buoni questi naselli!...
— Squisiti questi muggini !...
— Deliziose queste sogliole!...
— Prelibati questi ragnotti !...
— Carine queste acciughe col capo! —
Come potete immaginar velo, i naselli, i mug-
gini, le sogliole, i ragnotti e 1' acciughe, anda-
rono tutti alla rinfusa nella conca, a tener com-
pagnia alle triglie.
L'ultimo che restò nella rete fu Pinocchio.
Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgranò
dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando
quasi impaurito:
— Che razza di pesce è questo ? Dei pesci
fatti a questo modo non mi ricordo di averne
mangiati mai. —
E tornò a guardarlo attentamente, e dopo
averlo guardato ben bene per ogni verso, finì
col dire:
— Ho capito; dev'essere un granchio di mare.
— Allora Pinocchio, mortificato di sentirsi scam-
— 186 —
biato per un granchio, disse con accento risen-
tito :
— Ma che granchio e non granchio ? Guardi
— Che razza di pesce è questo?
come lei mi tratta! Io, per sua regola, sono un
burattino.
— Un burattino ? — repUcò il pescatore. — Dico
la verità, il pesce burattino è per me un pesce
nuovo ! Meglio così ! ti mangerò più volentieri.
— Mangiarmi? ma la vuol capire che io non
— 187 —
sono un pesce? O non sente che parlo, e ragiono
come lei?
— È verissimo ; — soggiunse il pescatore — e
siccome vedo che sei un pesce, e che hai la for-
tuna di parlare e di ragionare come me, così
voglio usarti anch'io i dovuti riguardi.
— E questi riguardi sarebbero ?...
— In segno di amicizia e di stima particolare,
lascerò a te la scelta del come vuoi esser cuci-
nato. Desideri esser fritto in i)adella, oppure
preferisci di esser cotto nel tegame colla salsa
di pomidoro ?
— A dir la verità, — rispose Pinocchio — se
io debbo scegliere, preferisco piuttosto di esser
lasciato libero, per potermene tornare a casa mia.
— Tu scherzi ! Ti pare che io voglia perdere
r occasione di assaggiare un pesce così raro ì
l!^on capita mica tutti i giorni, un pesce burat-
tino in questi mari. Lascia fare a me : ti frig-
gerò in padella assieme a tutti gli altri pesci, e
te ne troverai contento. L' esser fritto in com-
pagnia è sempre una consolazione. —
L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, comin-
ciò a piangere, a strillare, a raccomandarsi: e
piangendo diceva: — Quant'era meglio, che fossi
andato a scuola!... Ho voluto dar retta ai com-
pagni, e ora la pago!... Ih!... Ih!... Ih!.. —
— 188 —
E perchè si divincolava come un' anguilla e
faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grin-
fie del pescatore verde, questi prese una bella
buccia di giunco, e dopo averlo legato per le
mani e per i piedi, come un salame, lo gettò in
fondo alla conca cogli altri.
Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno
di farina, si détte a infarinare tutti quei pesci: e
man mano che li aveva infarinati, li buttava a
friggere dentro la padella.
I primi a ballare nell' olio bollente furono i po-
veri naselli : poi toccò ai ragnotti, poi ai muggini,
poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la
volta di Pinocchio. Il quale, a vedersi così vicino
alla morte (e che brutta morte !) fu preso da tanto
tremito e da tanto spavento, che non aveva più
né voce né fiato per raccomandarsi.
II povero figliuolo si raccomandava cogli oc-
chi! Ma il pescatore verde, senza badarlo nep-
pure, lo avvoltò cinque o sei volte nella farina,
infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che
pareva diventato un burattino di gesso.
Poi lo prese per il cai)o, e....
XXIX.
Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno
dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo.
Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande
avvenimento.
Mentre il pescatore era proprio sul punto di
buttar Pinocchio nella padella, entrò nella grotta
un grosso cane, condotto là dall'odore acutissimo
e ghiotto della frittura.
— Passa via ! — gii gridò il pescatore minac-
ciandolo e tenendo sempre in mano il burattino
infarinato.
Ma il povero cane aveva una fame per quat-
tro, e mugolando e dimenando la coda, pareva
che dicesse:
— Dammi un boccone di frittura e ti lascio
in pace.
— Passa via, ti dico ! — gli ripetè il pescatore ;
e allungò la gamba per tirargli una pedata.
Allora il cane che, quando aveva fame dav-
vero, non era avvezzo a lasciarsi posar mosche
sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore, mo-
strandogli le sue terribili zanne.
— 190 —
In quel mentre si udì nella grotta una vocina
fioca fioca che disse:
— Salvami, Alidoro ! Se non mi salvi, son frit-
to!... —
— Passa via! — gli gridò il pescatore.
Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio,
e si accòrse, con sua grandissima meraviglia, che
la vocina era uscita da quel fagotto infarinato,
che il pescatore teneva in mano.
Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da
— 191 —
terra, abbocca quel fagotto infarinato, e tenen-
dolo leggermente coi denti, esce correndo dalla
grotta, e via come un baleno!
Il pescatore arrabbiatissimo di vedersi strap-
par di mano un pesce, che egli avrebbe mangiato
tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane ; ma
fatti pochi passi gli venne un nodo di tosse e
dovè tornarsene indietro.
Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola
Tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta,
e via come un baleno !
che conduceva al paese, si fermò e posò delicata-
mente in terra l'amico Pinocchio.
— Quanto ti debbo ringraziare! — disse il bu-
rattino.
— Kon e' è bisogno ; — replicò il cane — tu
salvasti me, e quel che è fatto è reso. Si sa: in
questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno con
l'altro.
— Ma come mai sei capitato in quella grotta I
— 192 —
— Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più
morto che vivo, quando il vento mi ha portato
da lontano un odorino di frittura. Queir odorino
mi ha stuzzicato V appetito, e io gli sono andato
dietro. Se arrivavo un minuto più tardi!...
— Non me lo dire ! — urlò Pinocchio che tre-
mava ancora dalla paura. — Non me lo dire ! Se
tu arrivavi un minuto più tardi, a quest' ora io
ero belPe fritto, mangiato e digerito. Brrr! mi
vengono i brividi soltanto a pensarvi!... —
Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso
il burattino, il quale gliela strinse forte forte in
segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono.
Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio,
rimasto solo, andò a una capanna lì poco distante,
e domandò a un vecchietto che stava sulla porta
a scaldarsi al sole:
— Dite, galantuomo, sapete nulla di un po-
vero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava
Eugenio?
— Il ragazzo è stato portato da alcuni pesca-
tori in questa capanna, e ora....
— Ora sarà morto!... — interruppe Pinocchio,
con gran dolore.
— No : ora è vivo, ed è già ritornato a casa
sua.
— Davvero ?... davvero ?... — cridò il burattino,
BOHCINI
,.^:r-
— Dite, galantuomo, sapete nnlla di un pov^ero ragazzo ferito noi capo
e che si cblamiiva Eugenio?
— 194 —
saltando dall'allegrezza. — Dunque la ferita non
era grave?...
— Ma poteva riuscire gravissima e anche mor-
tale, — rispose il vecchietto — perchè gli tirarono
nel capo un grosso libro rilegato in cartone.
— E chi glielo tù^ò I
— Un suo comj)agno di scuola: un certo Pi-
nocchio....
— E chi è questo Pinocchio ? — domandò il
burattino facendo lo gnorri.
— Dicono che sia un ragazzaccio, un vaga-
bondo, un vero rompicollo.
— Calunnie ! Tutte calunnie !
— Lo conosci tu questo Pinocchio ?
— Di vista ! — rispose il burattino.
— E tu, che concetto ne hai ! — gli chiese il
vecchietto.
— A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno
di voglia di studiare, obbediente, affezionato al
suo babbo e alla sua famiglia.... —
Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte
queste bugie, si toccò il naso e si accorse che il
naso gli era allungato più di un palmo. Allora
tutto impaurito cominciò a gridare:
— Non date retta, galantuomo, a tutto il bene
che ve ne ho detto ; perchè conosco benissimo Pi-
nocchio e posso assicurarvi anch' io eh' è davvero
— 195 —
un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato,
e che invece di andare a scuola, va coi coDij^a-
gni a fare lo sbarazzino! —
Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo
naso raccorci e tornò alla grandezza naturale,
come era prima.
— E perchè sei tutto bianco a codesto modo ?
— gli domandò a un tratto il vecchietto.
— Vi dirò.... senza avvedermene, mi sono stro-
finato a un muro, che era imbiancato di fresco —
rispose il burattino vergognandosi a raccontare
che lo avevano infarinato come un pesce, per
poi friggerlo in padella.
— O della tua giacchetta, de' tuoi calzoncini e
del tuo berretto, che cosa ne hai fatto?
— Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato.
Dite, buon vecchio, non avreste per caso da darmi
un po' di vestituccio, tanto perchè io possa ritor-
nare a casa?
— Eagazzo mio ; in quanto a vestiti, io non
ho che un piccolo sacchetto, dove ci tengo i lu-
pini. Se lo vuoi, piglialo: eccolo là. —
Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese
subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e
dopo averci fatto colle forbici una piccola buca
nel fondo e due buche dalle parti, se lo infilò
a uso camicia. E vestito leggerino a quel modo,
— 196 —
si avviò verso il paese. Ma, lungo la strada, non
si sentiva punto tranquillo ; tant' è vero che fa-
ceva un passo avanti e uno indietro, e discor-
rendo da sé solo andava dicendo:
— Come farò a presentarmi alla mia buona
E vestito leggerìno a quel modo, si avviò verso il paese.
Fatina? Glie dirà quando mi vedrà?... Vorrà per-
donarmi questa seconda birichinata?... Scom-
metto che non me la perdona!... oh! non me la
I)erdona di certo!... E mi sta il dovere: perchè
io sono un monello che prometto sempre di cor-
reggermi, e non mantengo mai !... —
^ 197 —
xVitìvò al paese che era già notte buia; e pef-
cliè faceva tempaccio e l' acqua veniva giù a
catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata,
coU'aninio risoluto di bussare alla i^orta e di farsi
aprire.
Ma quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e
invece di bussare, si allenta uò, correndo, una ven-
tina di passi. Poi tornò una seconda volta alla
porta, e non concluse nulla: poi si avvicinò una
terza volta e nulla: la quarta volta prese, tre-
mando, il battente di ferro in mano, e bussò un
piccolo colpettino.
Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si
aprì una finestra dell'ultimo piano (la casa era
di quattro piani) e Pinocchio vide afi'acciarsi una
grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso
sul capo, la quale disse:
— Ohi e a quest'ora?
— La Fata è in casa? — domandò il burattino.
— La Fata dorme e non vuol essere svegliata:
ma tu chi sei?
— Sono io!
— Ohi io?
— Pinocchio.
— Chi Pinocchio?
— Il burattino, quello che sta in casa colla
Fatn.
— 198 —
— Ah! lio capito; — disse la Lumaca — aspet-
tami costì j elle ora scendo giù e ti apro subito.
— Spicciatevi, per carità, perchè io muoio dal
freddo.
— Eagazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lu-
mache non hanno mai fretta. —
Intanto passò un'ora, ne passarono due e la
porta non si apriva : per cui Pinocchio, che tre-
mava dal freddo, dalla paura e dall' acqua che
aveva addosso, si fece cuore e bussò una seconda
volta, e bussò più forte.
A quel secondo colpo si aprì una finestra del
piano di sotto e si affacciò la solita Lumaca.
— Lumachina bella, — gridò Pinocchio dalla
strada — sono due ore che aspetto ! E due ore,
a questa serataccia, diventano più lunghe di due
anni. Spicciatevi, per carità.
— Ragazzo mio, — gli rispose dalla finestra
quella bestiuola tutta pace e tutta flemma — ra-
gazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache
non hanno mai fretta. — E la finestra si richiuse.
Di lì a poco suonò la mezzanotte: poi il tocco,
poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sem-
pre chiusa.
Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò
con rabbia il battente della porta per bussare un
colpo da far rintronare tutto il casamento; ma il
— 199 —
battente che era di ferro, diventò a un tratto
un' anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani
sparì in un rigagnolo d' acqua, che scorreva in
mezzo alla strada.
— Ah! sì? — gridò Pinocchio sempre più ac-
cecato dalla collera. — Se il battente è sparito,
io seguiterò a bussare a furia di calci. —
E tiratosi un poco indietro, lasciò andare una
solennissima pedata nell'uscio della casa. Il colpo
fu così forte, che il piede penetrò nel legno fino
a mezzo : e quando il burattino si provò a rica-
varlo fuori, fu tutta fatica inutile, perchè il piede
e' era rimasto conficcato dentro, come un chiodo
ribadito.
Figuratevi il povero Pinocchio ! Dovè passare
tutto il resto della notte con un piede in terra
e con quell'altro per aria.
La mattina, sul far del giorno, finalmente la
porta si aprì. Quella brava bestiuola della Lu-
maca, a scendere dal quarto piano fino all' uscio
di strada, ci aveva messo solamente nove ore.
Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata.
— Ohe cosa fate con codesto piede conficcato
nell'uscio? — domandò ridendo al burattino.
— È stata una disgrazia. Vedete un po'. Lu-
machina bella, se vi riesce di liberarmi da que-
sto supplizio.
— 200 —
— Eagazzo mio, costì ci vuole iiu legnaiolo,
e io non lio fatto mai la legnalo] a.
— Pregate la Fata da parte mia!...
— La Fata dorme e non vuol essere svegliata.
f:^ 'ì
|!ÌÌ|
ipili
lì
l'ili
— Che cosa fate con codesto piede conficcato nell' uscio?
— Ma che cosa volete che io faccia, inchio-
dato tutto il giorno a questa porta!
— Divertiti a contare le formicole che passano
per la strada.
— Portatemi almeno qualche cosa da man-
giare, perchè mi sento rifinito.
— 201 —
— Subito ! — disse la Lumaca.
Difatti dopo tre ore e mezzo, Pinoccliio la
vide tornare con nn vassoio d' argento in capo.
Xel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto
e quattro albicocche mature.
— Ecco la colazione che vi manda la Fata —
disse la Lumaca.
Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino
sentì consolarsi tutto. Ma quale fu il suo disin-
ganno, quando incominciando a mangiare, si dovè
accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di
cartone e le quattro albicocche di alabastro, co-
lorite, come se fossero vere.
Voleva piangere, voleva darsi alla dispera-
zione, voleva buttar via il vassoio e quel che
e' era dentro ; ma invece, o fosse il gran dolore
o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che
cadde svenuto.
Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un
sofà, e la Fata era accanto a lui.
— Anche per questa volta ti perdono: — gli
disse la Fata — ma guai a te, se me ne fai un'al-
tra delle tue !... —
^Pinocchio promise e giurò che avrebbe stu-
diato, e che si sarebbe condotto sempre bene.
E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno.
Difatti agli esami delle vacanze, ebbe 1' onore di
202 —
essere il più bravo della scuola; e i suoi porta-
menti, in generale, furono giudicati così lodevoli
l.irenze.
CLi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto
sospirata, non potrà mai figurarsela.
e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli
disse :
— Domani finalmente il tuo desiderio sarà
appagato !
— Cioè !
— 203 —
— Domani finirai di essere un burattino di
legno, e diventerai un ragazzo per bene. —
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a
questa notizia tanto sospirata, non potrà mai
figurarsela. Tutti i suoi amici e comi^agni di
scuola dovevano essere invitati per il giorno
dox)o a una gran colazione in casa della Fata,
per festeggiare insieme il grande avvenimento:
e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze
di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati
di dentro e di fuori. Quella giornata prometterla
di riuscire molto bella e molto allegra: ma....
Disgraziatamente, nella vita dei burattini, e' ò
sempre un ma, che sciupa ogni cosa.
XXX.
Pinoccliio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto
col suo amico Lucignolo per il « Paese dei balocchi. »
Com' è naturale, Pinocchio chiese snbito alhx
Fata il permesso di andare in giro per la città
a fare g-P inviti: e la Fata gli disse:
— Va'pnre a invitare i tuoi compagni per la
colazione di domani: ma ricordati di tornare a
<;asa prima che faccia notte. Hai capito?
— Fra un'ora prometto di esser belF e ritor-
nato — replicò il burattino.
— Bada, Pinocchio ! I ragazzi fanno presto a
l^romettere, ma il più delle volte, fanno tardi a
mantenere.
— Ma io non sono come gli altri: io, quando
dico una cosa, la mantengo.
— Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto
peggio per te.
— Perchè?
— Perchè i ragazzi che non danno retta ai
— 205 —
consigli di chi ne sa più di loro, vanno senii)re
incontro a qualche disgrazia.
— E io r ho provato ! — disse Pinocchio. —
Ma ora non ci ricasco più!
— Vedremo se dici il vero. —
Senza aggiungere altre parole, il burattino sa-
lutò la sua buona Fata, che era per lui una spe-
cie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori
dalla porta di casa.
In poco più d' un' ora tutti i suoi amici furono
invitati. Alcuni accettarono subito e di gran cuore,
altri, da principio, si fecero un po' pregare; ma
quando seppero che i panini da inzuppare nel caf-
fè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla
X)arte di fuori, finirono tutti col dire: — Verremo
anche noi, per farti piacere. —
Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi
amici e compagni di scuola, ne aveva imo pre-
diletto e carissimo, il quale si chiamava di nome
Eomeo; ma tutti lo chiamavano col soprannome
di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto,
secco e allampanato, tale e quale come il luci-
gnolo nuovo di un lumino da notte.
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più
birichino di tutta la scuola: m:i Pinocchio gli
voleva un gran bene. Difatti andò subito a cer-
carlo a casa per invitarlo alla colazione, e non
— 206 —
lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo
non e' era : tornò una terza volta, e fece la strada
invano.
Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca
di là, finalmente lo vide nascosto sotto il por-
tico di una casa di contadini.
— Ohe cosa fai costì! — gii domandò Pinoc-
chio, avanzandosi.
— x\spetto la mezzanotte, per partire....
— Dove vai?
— Lontano, lontano, lontano!
— E io che son venuto a cercarti a casa tre
volte!...
— Ohe cosa volevi da me?
— Xon sai il grande avvenimento? ]N;on sai
la fortuna che mi è toccata?
— Quale?
— Domani finisco di essere un burattino e di-
vento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.
— Buon prò ti faccia.
— Domani dunque ti aspetto a colazione a
casa mia.
— Ma se ti dico che parto questa sera.
— A che ora ?
— Fra poco.
— E dove vai ?
— Vado ad abitare in un paese.... che è il
— 207 —
più bel paese di questo mondo: uua vera cuc-
cagna !...
— E come si chiama?
— Si cliiama il « Paese dei balocchi. » Perchè
non vieni anche tu?
— Io? no davvero!
— Hai torto, Pinocchio ! Credilo a me, che se
non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un
Ijaese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi
sono scuole: lì non vi sono maestri; lì non vi
sono libri. In quel paese benedetto non si stu-
dia mai. Il giovedì non si fa scuola : e ogni set-
timana è composta di sei giovedì e di una do-
menica. Figurati che le vacanze dell'autunno
cominciano col primo di gennaio e finiscono col-
r ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace
veramente a me! Ecco come dovrebbero essere
tutti i paesi civili!...
— Ma come si passano le giornate nel « Paese
dei balocchi? »
— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla
mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e
la mattina dopo si ricomincia daccai)o. Ohe te
ne pare?
— Uhm!... — fece Pinocchio; e tentennò leg-
germente il capo, come dire : — È una vita che
la farei volentieri anch'io.
— 208 —
— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Ei-
solviti.
— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso
alla mia buona Fata di diventare un ragazzo
perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi,
siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio
subito e scappo via. Dunque addio, e buon viaggio.
— Dove corri con tanta furia?
— A casa. La mia buona Fata vuole che ri-
torni prima di notte.
— Aspetta altri due minuti.
— Faccio troppo tardi.
— Due minuti soli.
— E se poi la Fata mi grida?
— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben
bene, si cheterà — disse quella birba di Lucignolo.
— E come fai? Parti solo o in compagnia?
— Solo? Saremo più di cento ragazzi.
— E il viaggio lo fate a piedi?
— Fra poco passerà di qui U carro che mi
deve prendere e condurre fin dentro ai confini
di quel fortunatissimo paese.
— Ohe cosa pagherei che il carro passasse ora!...
— Perchè?
— Per vedervi i)artire tutti insieme.
— Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
— No, no : voglio ritornare a casa.
— 209 —
— Aspetta altri due mimiti.
— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà
in pensiero per me.
— Povera Fata! Che ha paura forse che ti
mangino i pipistrelhl
— Ma dunque, — soggiunse Pinocchio — tu
sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono
punte scuole?...
— Neanche l' ombra.
— E nemmeno i maestri f
— Nemmeno uno.
— E non c'è mai l'obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai !
— Ohe bel paese ! — disse Pinocchio, sentendo
venirsi l' acquolina in bocca. — Che bel paese ! Io
non ci sono stato mai, ma me lo figuro !...
— Perchè non vieni anche tu?
— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho pro-
messo alla mia buona Fata di diventare un ra-
gazzo di giudizio, e non voglio mancare alla
parola.
— Dunque addio, e salutami tanto le scuole
ginnasiali !... e anche quelle liceali, se le incontri
per la strada.
— Addio, Lucignolo ; fa' buon viaggio, divertiti
e rammentati qualche volta degli amici. —
Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di
— 210 —
andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi al-
l'amico, gli domandò:
— Ma sei proprio sicuro clie in quel paese tutte
le settimane sieno comi30ste di sei giovedì e di
una domenica?
— Sicurissimo.
— Ma lo sai dicerto, clie le vacanze abbiano
principio col primo di gennaio e finiscano coli' ul-
timo di dicembre?
— Di certissimo.
— Ohe bel paese ! — ripetè Pinoccliio, sputando
dalla sovercbia consolazione. Poi, fatto un animo
risoluto, soggiunse in fretta e in furia:
— Dunque, addio davvero : e buon viaggio.
— Addio.
— Fra quanto partirete ì
— Fra poco.
— Peccato! se alla partenza mancasse un'ora
sola, sarei quasi capace di aspettare.
— E la Fata?
— Oramai ho fatto tardi !... e tornare a casa
un'ora prima o un'ora dopo è lo stesso.
— Povero Pinocchio ! E se la Fata ti grida ?
— Pazienza ! La lascerò gridare. Quando avrà
gridato ben bene si cheterà. —
Intanto si era già fatta notte e notte buia:
quando a un tratto videro muoversi in lontananza
— 211 —
un lumicino.... e sentirono un suono di bubboli e
uno squillo di trombetta, così piccolino e soffo-
cato, che pareva il sibilo di una zanzara.
— Eccolo! — gridò Lucignolo rizzandosi in
piedi.
— Ohi è! — domandò sottovoce Pinocchio.
— È il carro che viene a prendermi. Dunque,
vuoi venire, sì o no?
— Ma è proprio vero — domandò il burattino
— che in quel paese i ragazzi non hanno mai
l'obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai!
— Ohe bel paese!... che bel paese!... Ohe bel
paese!... —
XXXI.
Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran mera-
viglia sente spuntarsi un bel pajo d'orecchie asinine, e di-
venta un ciuchino, con la coda e tutto.
Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare
il più piccolo rumore, perchè le sue ruote erano
lasciate di stoppa e di cenci.
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti
della medesima grandezza, ma di diverso i^elame.
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzo-
lati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi
strisce gialle e turchine.
Ma la cosa più singolare era questa: che quelle
dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini,
invece di essere ferrati come tutte le altre be-
stie da tiro o da soma, avevano in piedi degli
stivaletti da uomo fatti di pelle bianca.
E il conduttore del carro ?...
Figuratevi un omino più largo che lungo, te-
nero e untuoso come una palla di burro, con un
visino di melarosa, una boccliina che rideva sem-
14
— 215
pre e ima voce sottile e carezzevole, come quella
d'un gatto, che si raccomanda al buon cuore della
padrona di casa.
Tatti i ragazzi, appena lo vedevano, ne resta-
rignratevi nn omino più largo che lungo, tenero e untuoso
come una palla di burro.
vano innamorati e facevano a gara nel montare
sul suo carro, per esser condotti da lui in quella
vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica
col seducente nome di «Paese de' balocchi. »
Difatti il carro era già tutto ])ieiio di ragaz-
— 216 —
zetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati
gli uni sugli altri come tante acciughe nella sa-
lamoia. Stavano male, stavano pigiati, non pote-
vano quasi respirare : ma nessuno diceva olii ! nes-
suno si lamentava. La consolazione di sapere che
fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove
non e' erano uè libri, ne scuole, ne maestri, li
rendeva così contenti e rassegnati, che non sen-
tivano né i disagi, ne gli strapazzi, né la fame,
né la sete, né il sonno.
Appena che il carro si fu fermato, l'omino si
volse a Lucignolo, e con mille smorfie, e mille
manierine, gli domandò sorridendo:
— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche
tu, in quel fortunato paese?
— Sicuro, che ci voglio venire!
— Ma ti avverto, carino mio, che nel carro
non c'è più posto. Come vedi, è tutto pieno!...
— Pazienza ! — replicò Lucignolo — se non
e' è posto dentro, mi adatterò a star seduto sulle
stanghe del carro. — E spiccato un salto, montò
a cavalcioni sulle stanghe.
— E tu amor mio, — disse 1' omino volgen-
dosi tutto comi)limento80 a Pinocchio — che in-
tendi fare! Vieni con noi o riniani?...
— Io rimango — rispose Pinocchio. — Io vo-
glio tornarmene a casa mia: voglio studiare e
— 217 —
voglio farmi onore alla scuola, come fanno tntti
i ragazzi perbene.
— Buon prò ti faccia !
— Pinocchio, — disse allora Lucignolo — dai
retta a me : vieni con noi e staremo allegri !
— Ko, no, no !
— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia baona Fata?
— Vieni con noi e staremo allegri ! — grida-
rono altre quattro voci di dentro al carro.
— Vieni con noi e staremo allegri! — urlarono
tutte insieme un centinaio di voci.
— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia
buona Fata? — disse il burattino, che comin-
ciava a intenerirsi e a ciurlare nel manico.
— Kon ti fasciare il capo con tante malinco-
nie. Pensa che andiamo in un paese dove sa-
— 218 —
remo padroni di fare il chiasso dalla mattina
alla sera! —
Pinocchio non ris^jose, ma fece un sosi)iro;
])oi fece un altro sospiro: poi un terzo sospiro:
finalmente disse:
— Fatemi un po' di posto : voglio venire an-
ch' io!...
— I posti son tutti pieni ; — replicò l' omino —
ma per mostrarti quanto sei gradito, posso ce-
derti il mio posto a cassetta.
— E voi?
— E io farò la strada a i)iedi.
— ISTo davvero, che non lo permetto. Prefe-
risco piuttosto di salire in groppa a qualcuno di
questi ciudi ini ! — gridò Pinocchio.
Detto fatto, si avvicinò al cincinno manritto
della i)rima pariglia, e fece l' atto di volerlo ca-
valcare : ma la bestiuola, voltandosi a secco, gli
détte una gran musata nello stomaco e lo gettò
a gambe all' aria.
Figuratevi la risatona impertinente e sganghe-
rata di tutti quei ragazzi presenti alla scena.
Ma l' omino non rise. Si accostò pieno di amo
revolezza al cin chino ribelle, e, facendo fìnta di
dargli un bacio, gii staccò con un morso la metà
dell' orecchio destro.
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto in-
- 219 —
furiato, schizzò con un salto sulla groppa di quel
povero animale. E il salto fu così bello, che i
ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare:
viva Pinoccliio Zea fare una smanacciata dì H])-
plausi, che non finivano più.
ì^
Dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino
in mezzo alla strada.
Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alzò
tutt' e due le gambe di dietro, e dando una for-
tissima sgropponata, scaraventò il povero burat-
tino in mezzo alla strada, sopra un monte di
ghiaia.
Allora grandi risate daccapo : ma l' omino, in-
— 220 —
vece di ridere, si sentì preso da tanto amore per
queir irrequieto asinelio che, con un bacio, gli
portò via di netto là metà di quell'altro orec-
chio. Poi disse al burattino:
— Rimonta pure a cavallo, e non aver paura.
Quel ciucliino aveva qualche grillo per il capo :
ma io gli ho detto due paroline negli orecchi,
e spero di averlo reso mansueto e ragionevole. —
Pinocchio montò, e il carro cominciò a muo-
versi : ma nel tempo che i ciuchini galoppavano
e cheli carro correva sui ciottoli della via mae-
stra, gli parve al burattino di sentire ujia voce
sommessa e appena intelligibile, che gli disse :
— Povero gonzo ! Hai voluto fare a modo tuo,
ma te ne pentirai ! —
Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di
là, per conoscere da qual parte venissero queste
Ijarole; ma non vide nessuno: i ciuchini galop-
pavano, il carro correva, i ragazzi dentro al
carro dormivano. Lucignolo russava come un
ghiro, e l'oujino seduto a cassetta canterellava
fra i denti:
Tutti la notte dormono
E io non dormo mai....
Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio
sentì la vocina fioca che gli disse :
— Tienlo a mente, gruUerello ! I ragazzi che
— 221 —
smettono di studiare e voltano le spalle ai libri,
alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai
balocchi e ai divertimenti, non possono far altro
che una fine disgraziata ! Io lo so per prova, e
te lo posso dire!... Verrà un giorno che pian-
gerai anche tu, come oggi piango io.... ma al-
lora sarà tardi!... —
A queste parole bisbigliate sommessamente, il
burattino, spaventato più che mai, saltò giù dalla
gToppa della cavalcatura, e andò a prendere il suo
ciuchino per il muso.
E immaginatevi come restò, quando s'accòrse
che il suo ciuchino piangeva.... e piangeva pro-
prio come un ragazzo!
— Ehi, signor omino, — gridò allora Pinocchio
al padrone del carro — sapete che cosa c'è di
nuovo? Questo ciuchino piange.
— Lascialo piangere : riderà quando sarà
sposo !
— Ma che forse gli avete insegnato anche a
IJ ari a re !
— No : ha imparato da se a borbottare qual-
che parola, essendo stato tre anni in una com-
pagnia di cani ammaestrati.
— Povera bestia!...
— Via, via.... — disse l'omino — non perdiamo
il nostro tempo a vedere piangere un ciuco. Ili-
-- 222 —
monta a cavallo, e andiamo: la nottata è fresca,
e la strada è lunga. —
Pinocchio obbedì senza rifiatare. Il carro ri-
prese la sua corsa: e la mattina sul far dell'alba
arrivarono felicemente nel « Paese dei balocchi. »
BQNCINI __.->^ ,^.
La saa popolazione era tntta composta di ragazzi.
/^Questo paese non somigliava a nessun altro
paese del mondo. La sua ijopol azione era tutta
comxjosta di ragazzi. I più vecchi avevano 14 anni :
i più giovani ne avevano 8 appena. Nelle strade,
un'allegria, un chiasso, uno strillìo da levar di
cervello ! Branchi di monelli da per tutto : chi
— 223 —
giocava alle noci, chi alle piastrelle, clii alla palla,
chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino
di legno: questi facevano a moscacieca; quegli
altri si rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci,
mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi
cantava, chi faceva i salti mortali, chi si diver-
tiva a camminare colle mani in terra e colle
gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi i)as-
seggiava vestito da generale coli' elmo di foglio
e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi ur-
lava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi
fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando
ha fatto l'ovo: insomma un tal i)andcmonio, un tal
l)asseraio, un tal baccano indiavolato, da doversi
mettere il cotone negli orecchi per non rimanere
assorditi. Su tutte le i)iazze si vedevano teatrini
di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla
sera, e su tutti i nuiri delle case si leggevano
scritte col carbone delle bellissime cose come (pie-
ste: viva i halocci! (invece di haloccM): non vo-
liamo inù sclwle (invece di non vogliamo ink scuole):
ahhasso Larin Melica (invece di aritmetica) e altri
fiori consimili.
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi,
che avevano fatto il viaggio coli' omino, appena
ebbero messo il piede dentro la città, si ficcarono
subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi
— 224 —
minuti, com'è facile immaginarselo J diventarono
gli amici di tutti. Ohi più felice, clii più contento
di loro? In mezzo ai continui spassi e agli sva-
riati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane
passavano come tanti baleni.
— Oh! che bella vita! — diceva Pinocchio tutte
le volte che per caso s'imbatteva in Lucignolo.
— Vedi, dunque, se avevo ragione? — ripi-
gliava quest' ultimo. — E dire che tu non volevi
partire! E pensare che t^eri messo in capo di
tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il
tempo a studiare! Se oggi ti sei liberato dalla
noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai
miei consigli, alle mie premure, ne convieni? IS^on
vi sono che i veri amici, che sappiano rendere
di questi grandi favori.
— È vero. Lucignolo ! Se oggi io sono un ra-
gazzo veramente contento, è tutto merito tuo.
E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, par-
lando di te ? Mi diceva sempre : « ISTon praticare
quella birba di Lucignolo, perchè Lucignolo è
un cattivo compagno, e non può consigliarti al-
tro che a far del male!...»
— Povero maestro ! — replicò l' altro tenten-
nando il capo. — Lo so pur troppo che mi aveva
a noia, e che si divertiva sempre a calunniarmi ;
ma io sono generoso e gli perdono!
— 225 -
— Anima grande! — disse Pinocchio abbrac-
ciando affettuosamente l'amico, e dandogli un
bacio in mezzo agli occhi.
Intanto era già da cinque mesi che durava
questa bella cuccagna di baloccarsi e di diver-
tirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia
ne un libro né una scuola; quando una mattina
Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire,
una gran brutta sorpresa, che lo messe proprio
di malumore.
XXXII.
A Pinocchio oli ven<yono gli orecchi di ciuco, e poi diventa
un ciuchino vero e comincia a ragliare.
E questa sori^resa quale fu ?
Ye lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sor-
presa fu che a Più occhio, svegliaudosi, gli venue
fatto uaturalmeute di grattarsi il caj)o ; e uel grat-
tarsi il capo si accòrse....
ludoviuate un i)o' di che cosa si accòrse!
Si accòrse, con suo grandissimo stui)ore, che
gli orecchi gli erano cresciuti più d'un palmo.
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita,
aveva gli orecchi i^iccini piccini : tanto piccini che,
a occhio nudo, non si vedevano neijpure ! Imma-
ginatevi dunque come restò, quando dovè toccar
con mano che i suoi orecchi, durante la notte,
erano così allungati, che parevano due spazzole
di padule. Andò subito in cerca di uno specchio,
per potersi vedere : ma non trovando uno spec-
chio, emxù d'acqua la catinella del lavamano, e
— 227 —
Specchi andò visi dentro, vide quel che non avrebbe
mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine
abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini.
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e
la disperazione del povero Pinocchio!
/ /VX 'fy-
^^^ nreni»
I suoi orecchi, durante la notte, erano così allnngati,
che parevano due spazzole di padule.
Cominciò a piangere, a strillare, a battere
la testa nel muro: ma (pianto i3iù si disperava,
e più i suoi orecchi crescevano, crescevano, cre-
scevano e diventavano pelosi verso la cima.
Al rumore di quelle grida acutissime, entrò
nella stanza una bella Marmottina, che abitav^a
— 228 —
il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino
in così grandi smanie, gli domandò premurosa-
mente :
— Ohe cos'hai, mio caro casigliano?
— Sono malato, Marmottina mia, molto ma-
lato.... e malato d' una malattia che mi fa paura!
te ne intendi tu del polso?
— Un pochino.
— Senti dunque se per caso avessi la febbre. —
La Marmottina alzò la zampa destra davanti :
e dopo aA^er tastato il polso a Pinocchio, gli disse
sosjjirando :
— Amico mio, mi dispiace doverti dare una
cattiva notizia!...
— Cioè?
— Tu hai una gran brutta febbre !
— E che febbre sarebbe ?
— È la febbre del somaro.
— l!^on la cajjisco questa febbre ! — rispose il
burattino, che l'aveva i^ur troppo capita.
— Allora te la spiegherò io; — soggiunse la
Marmottina — sappi dunque, che fra due o tre
ore tu non sarai più né un burattino, ne un ra-
gazzo....
— E che cosa sarò ?
— Fra due o tre ore, tu diventerai un ciu-
chino vero e proprio, come quelli che tirano il
— 229 —
carretto e clie portano i cavoli e l'insalata al
mercato.
— Oh ! povero me ! povero me ! — gridò Pinoc-
cliio pigliandosi con le mani tutt'e due gii orec-
— È la febbre del somaro.
chi, e tirandoli e strappandoli rabbiosamente,
come se fossero gii orecchi di un altro.
— Caro mio, — rei^licò la Marmottina per con-
solarlo — che cosa ci vuoi tu fare? Oramai è de-
stino, oramai è scritto nei decreti della sapienza,
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a
noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro
giornate in balocchi, in giuochi e in divertimenti,
15
— 230 -^
debbano finire prima o poi col trasformarsi in
tanti piccoli somari.
— Ma davvero è proprio così ì — domandò sin-
ghiozzando il burattino.
— Pur troppo è così! E^ora i pianti sono inu-
tili. Bisognava pensarci prima!
— Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo,
Marmottiua, è tutta di Lucignolo!...
— E chi è questo Lucignolo?
— Un mio compagno di scuola. Io volevo tor-
nare a casa : io volevo essere ubbidiente : io vo-
levo seguitare a studiare e a farmi onore.... ma
Lucignolo mi disse ; — « Perchè vuoi tu annoiarti
a studiare? perchè vuoi andare alla scuola?...
Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi :
lì non studieremo più; lì ci divertiremo dalla mat-
tina alla sera e staremo sempre allegri. »
— E perchè seguisti il consiglio di quel falso
amico, di quel cattivo compagno?
— Perchè?... perchè, Marmottina mia, io sono
un burattino senza giudizio.... e senza cuore. Oh!
se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai
abbandonata quella buona Fata, che mi voleva
bene come una mamma e che aveva fatto tanto
per me!... e a quest'ora non sarei più un: buratti-
no.... ma sarei invece un ragazzino amniodo, come
ce n'è tanti! Oh!... ma se incontro Lucignolo,
— 231 —
guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una
sporta. —
E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu
Preso un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa.
sulla porta, si ricordò che aveva gli orecchi d'asi-
no, e vergognandosi di mostrarli in pubblico, che
cosa inventò? Preso un gran berretto di cotone,
e, ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto gli
orecchi.
— 232 —
Poi uscì, e si dette a cercare Lucignolo da i)er
tutto. Lo cercò nelle strade, nelle piazze, nei tea-
trini, in ogni luogo : ma non lo trovò. Ne chiese
notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno
l'aveva veduto.
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla
porta, bussò.
— Ohi è ? — domandò Lucignolo di dentro.
— Sono io! — rispose il biiratthio.
— Aspetta un poco, e ti aprirò. —
Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi
come restò Pinocchio, quando, entrando nella
stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran
berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin
sotto il naso.
Alla vista di quel berretto. Pinocchio senti
quasi consolarsi e i)ensò subito dentro di se:
— Ohe l'amico sia malato della mia medesima
malattia ì Ohe abbia anche lui la febbre del ciu-
chino?... —
E facendo finta di non essersi accorto di nulla,
gli domandò sorridendo:
— Oome stai, mio caro Lucignolo 1
— Benissimo : come un topo in una forma di
cacio i^armigiano.
— Lo dici proprio sul serio ?
— E perchè dovrei dirti una bugia 1
— 233 —
— vScnsaiiii, amico : e allora perchè tieni in
capo cotesto berretto di cotone, clie ti cuopre
tutti gii orecclii!
— Me l' ha ordinato il medico, perchè mi son
fatto male a un ginocchio. E tu, caro Pinocchio,
perchè porti codesto berretto di cotone ingoz-
zato fin sotto gli orecchi?
— Me l'ha ordinato il medico, perchè mi sono
sbucciato un «piede.
— Oh ! povero Pinocchio !
— Oh! j)overo Lucignolo!... —
A queste parole tenne dietro un lunghissimo
silenzio, durante il quale i due amici non fecero
altro che guardarsi fra loro, in atto di canzo-
natiu-a.
Finalmente il burattino, con una vocina mel-
liflua e flautata, disse al suo compagno:
— Levami una curiosità, mio caro Lucignolo :
hai mai sofferto di malattia agli orecchi!
— Mai!... e tu?
— Mai! Per altro da questa mattina in poi
ho un orecchio che mi fa spasimare.
— Ho lo stesso male anch' io.
— Anche tu?... E qual è l' orecchio che ti
duole?
— Tiitt'e due. E tu?
— Tiitt'e due. Ohe sia la medesima malattia?
— 234 —
— Ho paura di sì.
— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
— Volentieri ! Con tutto il cuore.
— Mi fai vedere i tuoi orecchi 1
— Perchè no ! Ma prima voglio vedere i tuoi,
caro Pinocchio.
— No : il primo devi esser tu.
— No, carino! Prima tu e dopo io!
— Ebbene, — disse allora il burattino — fac-
ciamo un patto da buoni amici.
— Sentiamo il patto.
— Leviamoci tutt' e due il berretto nello stesso
tempo : accetti ì
— Accetto.
— Dunque attenti ! —
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:
— Uno! Due! Tre! —
Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro
berretti di capo e li gettarono in aria.
E allora avvenne una scena, che parrebbe in-
credibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che
Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti
tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di
restar mortificati e dolenti, cominciarono ad am-
miccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti,
e dopo mille sguaiataggini finirono col dare una
bella risata.
— 235 —
E risero, risero, risero da doversi reggere il
corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lu-
Cominciarono ad ammiccarsi i loro orocchi smisuratamente cresciuti.
cignolo tntt' a un tratto si chetò, e barcollando
e cambiando di colore, disse all'amico:
— Aiuto, aiuto. Pinocchio !
— Ohe cos' hai ?
— Ohimè! non mi riesce ])iù di star ritto
sulle gambe.
— 236 —
— Non mi riesce più neanche a me — gridò
Pinoccliio, piangendo e traballando.
E mentre dicevano così, si piegarono tntt'e
due carponi a terra e, camminando colle mani
Bagliando sonoramente, facevano tutt' e due in coro: j-a, j-a, j a.
e coi piedi, cominciarono a girare e a correre
per la stanza. E intanto che correvano, i loro
bracci diventarono zampe, i loro visi si allun-
garono e diventarono musi, e le loro schiene si
coprirono di un pelame grigi olino chiaro, briz-
zolato di nero.
— 237 —
Ma il molli euto più brutto per que'dne scia-
gurati sapete quando fu ? Il momento più brutto
e più umiliante fu quello quando sentirono spun-
tarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergo-
gna e dal dolore, si provarono a piangere e a
lamentarsi del loro destino.
Non r avessero mai fatto! Invece di gemiti e
di lamenti, mandavano fuori dei mgli asinini: e
ragliando sonoramente, facevano tutt' e due in
coro : j-a, j-a, j-a. j
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una
voce di fuori disse:
— Aprite ! Sono V omino, sono il conduttore
del carro che vi portò in questo paese. Aprite
subito, guai a voi ! —
XXXIII.
Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra
il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli
a ballare e saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora
lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.
Vedendo che la porta non si apriva, l'omino
la spalancò con un violentissimo calcio : ed en-
trato nella stanza, disse col suo solito risolino a
Pinoccliio e a Lucignolo :
— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene; io vi
lio subito riconosciuti alla voce, e per questo
eccomi qui. —
A tali parole i due ciucbini rimasero mogi
mogi, colla testa giù, con gli orecchi bassi e con
la coda fra le gambe.
Da principio Pomino li lisciò, li accarezzò, li
palpeggiò: poi, tirata fuori la striglia, cominciò
a strigliarli per bene.
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti
lustri come due specchi, allora messe loro la ca-
vezza e li condusse sulla piazza del mercato, con
la speranza di venderli e di beccarsi un discreto
guadagno.
— 239 —
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare.
Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui
era morto il somaro il giorno avanti, e Pinoc-
chioffu venduto al Direttore di una compagnia
di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo
Li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli.
comprò per ammaestrarlo e per farlo poi saltare
e ballare insieme con le altre bestie della com-
pagnia.
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era
il bel mestiere che faceva l'omino? Questo bratto
mostriciattolo, che aveva la fisonomia tutta di
latte e miele, andava di tanto in tanto con un
carro a girare per il mondo; strada facendo rac-
coglieva con promesse e con moine tutti i ra-
— 240 —
gazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le
scuole; e dopo averli caricati sul suo carro, gli
conduceva nel « Paese dei balocchi » perchè pas-
sassero tutto il loro tempo in giuochi, in chias-
sate e in divertimenti. Quando poi quei poveri
ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di
non studiar mai, diventavano tanti ciuchini, al-
lora tutto allegro e contento s'impadroniva di
loro e li portava a vendere sulle fiere e su i mer-
cati. E così in pochi anni aveva fatto fior di
quattrini ed era diventato milionario.
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so:
so per altro, che Pinocchio andò incontro fin
dai primi giorni a una vita durissima e stra-
pazzata.
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo pa-
drone gli empì la greppia di paglia: ma Pinoc-
chio dopo averne assaggiata una boccata, la ri-
sputò.
Allora il padrone, brontolando, gli empì la
greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque.
— Ah! non ti piace neppure il fieno I — gridò
il padrone imbizzito. — Lascia fare, ciuchino
bello, che se hai dei capricci per il capo, pen-
serò io a levarteli !... —
E a titolo di correzione, gli affibbio subito una
frustata nelle gambe.
— 241 —
Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a pian-
gere e a ragliare, e ragliando disse:
— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire !...
— Allora mangia il fieno ! — replicò il padrone,
che intendeva benissimo il dialetto asinino.
— J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!...
— Pretenderesti, dnnqne, che nn somaro pari
tno, lo dovessi mantenere a petti di pollo e cap-
pone in galantina ! — sogginnse il padrone ar-
rabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una se-
'Conda frn stata.
A quella seconda frustata. Pinocchio per pru-
denza si chetò subito, e non disse altro.
Intanto la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase
solo: e perchè erano molte ore che non aveva
mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande ap-
petito. E, sbadigliando, spalancava una bocca
che pareva un forno.
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si
rassegnò a masticare un po' di fieno; e dopo averlo
masticato ben bene, chiuse gii occhi e lo tirò giù.
— Questo fieno non è cattivo ; — poi disse den-
tro di se — ma quanto sarebbe stato meglio che
avessi continuato a studiare !... A quest'ora, invece
di fieno potrei mangiare un cantuccio di pan fre-
sco e una bella fetta di salame. Pazienza!... —
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito
— 242 —
nella greppia un altro po' di fieno: ma non lo
trovò, perchè V aveva mang iato tutto nella notte.
Allora prese una boccata di paglia tritata : e
in quel mentre che la stava masticando, si dovè
persuadere che il sapore della paglia tritata non
somigliava punto né al risotto alla milanese né ai
maccheroni alla napoletana.
— Pazienza! — ripetè, continuando a masticare.
— Ohe almeno la mia disgrazia possa servire di
lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non
hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!
— Pazienza un corno ! — urlò il padrone, en-
trando in quel momento nella stalla. — Credi
forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato
unicamente per darti da bere e da mangiare*? Io
ti ho comprato perchè tu lavori e perchè tu mi
faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque,
da bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti inse-
gnerò a saltare i cerchi, a rompere col capo le
botti di foglio e a ballare il valzer e la polca,
stando ritto sulle gambe di dietro. —
Il povero Pinocchio, o per amore o per forza,
dovè imparare tutte queste bellissime cose ; ma,
per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e
molte frustate da levare il pelo.
Venne finalmente il giorno, in cui il suo pa-
drone potè annunziare uno spettacolo veramente
— 243 —
straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati
alle cantonate delle strade, dicevano così:
GEANDE SPETTACOLO
DI
GALA
Per questa sera
AYRAHKO LUOGO I SOLITI SALTI
ED ESERCIZI SORPRENDENTI
ESEGUITI DA. TUTTI GLI ARTISTI
e da tutti i cavalli d'ambo i sessi della Compagnia
e più
Sarà presentato per la prima volta
il famoso
CIUGHINO PINOCCHIO
detto
LA 3TELLA DELLA DA|^Z/\
Il teatro sarà illuminato a giorno
Quella sera, come potete fignrarvelo, un'ora
prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era
X)ieno stipato.
— 244 —
^on si trovava più né una poltrona, né un po-
sto distinto, né un palco, nemmeno a i)agarlo a
peso d'oro.
Le gradinate del Circo formicolavano di bam-
bini, di bambine e di ragazzi di tutte le età, che
avevano la febbre addosso per la smania di veder
ballare il famoso duellino Pinocchio.
Finita la prima parte dello spettacolo, il Diret-
tore della compagnia, vestito in giubba nera, cal-
zoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin
sopra ai ginocchi si x>resentò all'affollatissimo
pubblico, e, fatto un grande inchino, recitò con
molta solennità il seguente spropositato discorso:
« Eispettabile pubblico, cavalieri e dame!
« L'umile sottoscritto essendo di passaggio per
questa illustre metroijolitana, ho voluto procrear-
mi l' onore nonché il x>iacere di presentare a que^
sto intelligente e cospicuo uditorio un celebre
ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al co-
spetto di sua maestà l'imperatore di tutte le
principali corti di Europa.
« E col ringraziandoli, aiutateci della vostra
animatrice presenza e compatiteci! »
Questo discorso fu accolto da molte risate e da
molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e
diventarono una specie di uragano alla comparsa
del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era
— 245 —
tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova
di pelle lustra, con fìbbie e borchie d'ottone; due
camelie bianche agli orecchi: la criniera divisa in >
tanti riccioli legati con fìocchettini di seta rossa :
una gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla
vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di vel-
luto i)aonazzo e celeste. Era, insomma, un cin-
chino da innamorare!
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, ag-
giunse queste parole:
« Miei rispettabili auditori! l^on starò qui a
farvi menzogna delle grandi difiìcoltà da me sop-
pressate per comi^rendere e soggiogare questo
mammifero, mentre pascolava liberamente di
montagna in montagna nelle pianure della zona
torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina
trasudi da' suoi occhi, conciossiachè essendo riu-
sciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al
vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte
ricorrere all' affabile dialetto della frusta. Ma ogni
mia gentilezza invece di farmi da lui ben volere,
me ne ha maggiormente cattivato l' animo. Io
però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo
cranio una piccola Cartagine ossea che la stessa
Facoltà Medicea di Parigi riconobbe esser quello
il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza
pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel
16
— 24G —
ballo nonché nei relativi salti dei cerclii e delle
botti foderate di foglio. Ammiratelo, e poi giu-
dicatelo! Prima però di prendere cognato da voi,
permettete, o signori, clie io v' inviti al diurno
spettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che
il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo
spettacolo, invece di domani sera, sarà postici-
pato a domattina, alle ore 11 antimeridiane del
pomeriggio. »
E qui il Direttore fece un'altra profondissi-
ma riverenza : quindi volgendosi a Pinocchio gii
disse :
— Animo, Pinocchio ! Avanti di dar principio
ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pub-
blico, cavalieri, dame e ragazzi ! —
Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginoc-
chi davanti, e rimase inginocchiato fino a tanto
che il Direttore, schioccando la frusta, non gli
gridò :
— Al passo! —
Allora il duellino si rizzò sulle quattro gambe,
e cominciò a girare intorno al Circo, camminando
sempre di passo.
Dopo un poco il Direttore gridò:
— Al trotto ! — E Pinocchio, ubbidiente al co-
mando, cambiò il passo in trotto.
— Al galoppo ! — e Pinocchio staccò il ga-
loppo.
— 247 —
— Alla carriera! — e Pinocchio si fl^^òte a cor-
rere di gran carriera. Ma in quella che correva
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Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginoccLi davanti.
come un barbero, il Direttore, alzando il brac-
cio in aria, scaricò un colpo di i)istola.
A quel colpo il ciuchino, Ungendosi ferito, cadde
disteso nel Circo, come se fosse moribondo dav-
vero.
— 248 —
Eizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di
applausi, d'urli e di battimani, che andavano alle
stelle, gli venne fatto naturalmente di alzare la
testa e di guardare in su.... e guardando vide in
un palco una bella signora, che aveva al collo una
grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un me-
daglione. Nel medaglione e' era dipinto il ritratto
d'un burattino.
— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la
Fata ! — disse dentro ài sé Pinocchio, riconoscen-
dola subito : e lasciandosi vincere dalla gran con-
tentezza, si provò a gridare:
— Oh Fatina mia ! oh Fatina mia ! —
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola
un raglio così sonoro e prolungato, che fece ri-
dere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i
ragazzi che erano in teatro.
Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli
intendere che non è buona creanza di mettersi a
ragliare in faccia al pubblico, gli die col manico
della frusta una bacchettata sul naso.
Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lin-
gua, durò a leccarsi il naso almeno cinque mi-
nuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore
che aveva sentito.
Ma quale fu la sua disperazione quando, vol-
tandosi in su una seconda volta, vide che il palco
era vuoto e che la Fata era sparita !...
— 249 —
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono
di lacrime e cominciò a piangere dirottamente.
iN'essuno però se ne accòrse, e, meno degli altri;,
il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta,
gridò :
— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a
questi signori con quanta grazia sapete saltare i
cerchi. —
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni
volta che arrivava davanti al cerchio, invece di at-
traversarlo, ci passava più comodamente di sotto.
Alla fine spiccò un salto d'attraverso: ma le gambe
di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate
nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dal-
l'altra parte tutto in un fascio.
Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena
potè ritornare alla scuderia.
— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori
il ciuchino! — gridavano i ragazzi dalla platea,
impietositi e commossi al tristissimo caso.
Ma il ciuchino per quella sera non si fece più
vedere.
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico
delle bestie, quando l'ebbe visitato, dichiarò che
sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.
Allora il Dkettore disse al suo garzone di
stalla :
— Ohe vuoi tu che mi faccia d' un somaro zoppo?
— 250 —
Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in
piazza e rivendilo. —
.v,,:--- - Quostri Coirlo ,
Il cincinno, con quel macigno al collo, andò subito a t'ondo.
Arrivati in piazza, trovarono subito il compra-
tore, il quale domandò al garzone di stalla:
— Quanto vuoi di cotesto ciucìiino zojjpo?
— Venti lire.
— 251 —
— Io ti do venti soldi. ]^on credere che io lo
comiM per servirmene: lo compro unicamente
per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura,
e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la
banda musicale del mio paese. —
. Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere
che fu per il povero Pinocchio, quando sentì che
era destinato a diventare un tamburo!
Fatto sta che il comiìratore, appena i)agati i
venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio
ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso
al collo e legatolo per una zampa con una fune
che teneva in mano, gli die imi^rovvisamente uno
spintone e lo gettò nell'acqua.
Pinocchio con quel macigno al collo, andò su-
bito a fondo; e il compratore, tenendo sempre
stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo
scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto
il temiio di morire aftbgato, per i)oi scorticarlo
e levargli la i)elle.
XXXTV.
Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad
essere un burattino come prima: ma mentre nuota per sal-
varsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane.
Dopo cinquanta minuti clie il duellino era
sott'acqua^ il compratore disse, discorrendo da
sé solo:
— A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo
deve essere beli' e affogato. Eitiriamolo dunque
su, e facciamo con la sua pelle questo bel tam-
buro. —
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo
aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira,
alla fine vide apparire a fior d'acqua.... Indovi-
nate? Invece di un ciuchino morto, vide appa-
rire a fior d'acqua un burattino vivo che sco-
dinzolava come un'anguilla.
Vedendo quel burattino di legno, il pò ver' uomo
credè di sognare e rimase lì intontito, a bocca
aperta e con gli occhi fuori della testa.
253
Eiavutosi un poco dal suo primo stupore, disse
piangendo e balbettando :
— E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?...
■^aPLO Chiosici
Invece di un ciuchiuo morto, vide apparire a fior d'acqua
nn burattiuo vivo.
— Quel ciuchino son io ! — rispose il burattino,
ridendo.
— Tu?
— Io.
— 254 —
— Ali! marinolo! Pretenderesti forse di bur-
larti di me?
— Burlarmi di voi! Tiitt'altro, caro padrone:
io vi parlo sul serio.
— Ma come mai tu, che poco fa eri un ciu-
ccino, ora stando nelP acqua, sei diventato un bu-
rattino di legno?...
— Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne
fa di questi scherzi.
— Bada, burattino, bada!... Kon credere di di-
vertirti alle mie spalle. Guai a te, se mi scappa la
pazienza!
— Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera
storia? Scioglietemi questa gamba e io vela rac-
conterò. —
Quel buon pasticcione del compratore, curioso
di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il
nodo della fune, che lo teneva legato: e allora
Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nel-
l'aria, prese a dirgli così:
— Sapijiate dunque che io ero un burattino di
legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e
non tocco di diventare un ragazzo, come in questo
mondo ce n'è tanti: se non che per la mia poca
voglia di studiare e per dar retta ai cattivi com-
pagni, scappai di casa.... e un bel giorno, sveglian-
domi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto
— 255 —
ci' orecchi.... e con tanto di coda!... Che vergogna
fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone,
che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare
neppure a voi! Portato a vendere sul mercato
degli asini, fui comprato dal Direttore di una com-
pagnia equestre, il quale si messe in capo di far
di me un gran ballerino o un gran saltatore di
cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in
teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tut-
t' e due le gambe. Allora il Direttore non sapendo
che cosa farsi d' un asino zoppo, mi mandò a ri-
vendere, e voi mi avete comprato!
— Pur troppo ! E ti ho pagato venti soldi. E
ora, chi mi rende i miei poveri venti soldi?
— E perchè mi avete comprato? Voi mi avete
comprato per fare con la mia pelle un tamburo!...
un tamburo!...
— Pur trojjpo ! E ora dove troverò un' altra
pelle!...
— Xon vi date alla disj)erazione, padrone. Dei
ciuchini ce n'è tanti, in questo mondo!
— Dimmi, monello impertinente: e la tua storia
finisce qui?
— No, — rispose il burattino — ci sono altre due
parole, e poi è finita. Dopo avermi comprato, mi
avete condotto in questo luogo per uccidermi, ma
poi, cedendo a un sentimento pietoso d' umanità,
— 256 —
ayete preferito di legarmi un sasso al collo e di
gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di
delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne ser-
berò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone,
questa volta avete fatto i vostri conti senza la
Fata....
^ E chi è questa Fata?
— È la mia mamma, la quale somiglia a tutte
quelle buone mamme, che vogliono un gran bene
ai loro ragazzi e non li perdono mai d' occhio, e
li assistono amorosamente in ogni disgrazia, an-
che quando questi ragazzi, per le loro scapatag-
gini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero
di essere abbandonati e lasciati in balia a sé stessi.
Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi
vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno
a me un branco infinito di pesci, i quali creden-
domi davvero un ciuchino beli' e morto, comincia-
rono a mangiarmi! E che bocconi che facevano!
Non avrei mai creduto che i pesci fossero più
ghiotti anche dei ragazzi! Ohi mi mangiò gli orec-
chi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la cri-
niera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia
della schiena.... e fra gli altri, vi fu un pesciolino
così garbato, che si degnò perfino di mangiarmi
la coda.
— Da oggi in poi — disse il compratore inor-
— 257 —
ridito — faccio giuro di non assaggiar più carne
di pesce. Mi dispiacerebbe troppo a aprire una
triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo
una coda di ciuco!
— Io la penso come voi — replicò il burattino,
ridendo. — Del resto, dovete sapere che quando i
pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buc-
cia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, ar-
rivarono, com' è naturale, all'osso.... o per dir me-
glio, arrivarono al legno, perchè, come vedete, io
son fatto di legno durissimo. Ma dopo dato i primi
morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito che
il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati
da questo cibo indigesto se ne andarono chi in
qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi
grazie.... Ed eccovi raccontato come qualmente
voi, tirando su la fune, avete trovato un burat-
tino vivo, invece d'un ciuchino morto.
— Io mi rido della tua storia — gridò il com-
pratore imbestialito. — ' Io so che ho speso venti
soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai
che cosa farò ? Ti porterò daccapo al mercato, e
ti rivenderò a peso di legno stagionato per ac-
cendere il fuoco nel camminetto.
— Eivendetemi pure : io sono contento — disse
Pinocchio. Ma nel dir così, fece un salto e schizzò
in mezzo all'acqua. E nuotando allegramente e
— 258 —
allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero
compratore :
— Addio, padrone; se avete bisogno di una
pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me. —
E ])oì rideva e seguitava a nuotare : e dopo
un poco, rivoltandosi indietro, urlava più forte:
— Addio, padrone;... se avete bisogno di un
po' di legno stagionato per accendere il cam mi-
netto, ricordatevi di me. —
Fatto sta che in un batter d' occhio si era tanto
allontanato, che non si vedeva quasi più; ossia
si vedeva solamente sulla superficie del mare un
puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le
gambe fuori dell'acqua e faceva capriole e salti,
come un delfino in vena di buon umore.
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura,
vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di
marmo bianco, e su in cima allo scoglio, una
bella caprettina, che belava amorosamente e gli
faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana
della caprettina, invece di esser bianca, o nera, o
pallata di più colori, come quella delle altre ca-
pre, era invece turchina, ma d'un turchino così
sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli
della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pi-
— 259 —
nocchio cominciò a battere i)iìi forte! Ead dop-
piando di forze e di energia si die a nuotare verso
lo scoglio bianco; ed era già a mezza strada,
quand'ecco uscir fuori dell'acqua e venirgli in-
contro un'orribile testa di mostro marino, con la
bocca spalancata come una voragine, e tre filari
di zanne, che avrebbero fatto paura anche a ve-
derle dipinte.
E sapete chi era quel mostro marino?
Quel mostro marino era né più né meno quel
gigantesco Pesce-cane ricordato più volte in que-
sta storia, e che per le sue stragi e per la sua in-
saziabile voracità, veniva soprannominato « V At-
tila dei pesci e dei pescatori. »
Immaginatevi lo spavento del povero Pinoc-
chio, alla vista del mostro. Cercò di scansarlo, di
cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella im-
mensa bocca spalancata gli veniva sempre in-
contro con la velocità di una saetta.
— Afirettati, Pinocchio, per carità! — gridava
belando la bella caprettina.
E Pinocchio nuotava disperatamente con le
braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.
— Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvi-
cina!... —
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze,
raddoppiava di lena nella corsa.
— 260 —
— Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!
Eccolo!... Eccolo!... Affrettati, per carità, o sei
perduto !... —
E Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via,
via, e via, come anderebbe una palla di fucile.
r
'%^^--^^
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto,
con le gambe e coi piedi.
E già si accostava allo scoglio, e già la capret-
tina spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva
le sue zampine davanti per aiutarlo a uscir fuori
dell'acqua.... Ma!...
Ma oramai era tardi ! Il mostro lo aveva rag-
giunto. Il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve
— 2(11 ^
il povero burattino, come avrebbe bevuto un
uovo di gallina, e lo inghiottì con tanta violenza
e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù
in corpo al Pesce-cane, battè un colpo così screan-
zato da restarne sbalordito per un quarto d' ora.
Quando ritornò in sé da quello sbigottimento,
non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che
mondo si fosse. Intorno a se e' era da ogni parte
un gran buio : ma un buio così nero e profondo,
che gli pareva di essere entrato col capo in un
calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e
non sentì nessun rumore; solamente di tanto in
tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buf-
fate di vento. Da principio non sapeva intendere
da dove quel vento uscisse: ma poi capì che
usciva dai polmoni del mostro. Perchè bisogna sa-
pere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma,
e quando respirava pareva proprio che solliasse
la tramontana.
Pinoccliio, sulle prime, s' ingegnò di farsi un
po' di coraggio : ma quand' ebbe la prova e la
riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro ma-
rino allora cominciò a piangere e a strillare; e
piangendo diceva:
— Aiuto! aiuto! Oli povero me! Non e' è nes-
suno che venga a salvarmi!
— Ohi vuoi che ti salvi, disgraziato !.. — disse
17
— 262 —
in quel buio una vociacela fessa di chitarra scor-
data.
— Ohi è che parla così? — domandò Pinoc-
chio, sentendosi gelare dallo spavento.
— Sono io! sono un povero Tonno, inghiot-
tito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che pe-
sce sei?
— Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono
un burattino.
— E allora se non sei un pesce, perchè ti sei
fatto inghiottire dal mostro?
— ISlon son io, che mi son fatto inghiottire : gli
è lui che mi ha inghiottito ! Ed ora, che cosa dob-
biamo fare qui al buio?...
— Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane
ci abbia digeriti tutt'e due!...
— Ma io non voglio esser digerito! — urlò Pi-
nocchio, ricominciando a piangere.
— IN'eppure io vorrei esser digerito — sog-
giunse il Tonno — ma io sono abbastanza filo-
sofo e mi consolo pensando che, quando si nasce
Tonni, e' è più dignità a morir sott' acqua che sot-
t'olio!...
— Scioccherie ! — gridò Pinocchio.
— La mia è un' opinione — replicò il Tonno —
e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno
rispettate !
— 263 —
— Insomma.... io voglio amlarmene di qui.... io
voglio fuggire....
— Fuggi, se ti riesce!...
— È molto grosso questo Pesce- cane che ci ha
inghiottiti! — domandò il burattino.
— Figurati che il suo corpo è più lungo di un
cliilometro, senza contare la coda. —
Kel temilo che faceva questa conversazione al
buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lon-
tano, una specie di chiarore.
— Che cosa sarà mai quel lumicino lontano
lontano ì — disse Pinocchio.
— Sarà qualche nostro compagno di sventura,
che aspetterà, come noi, il momento di esser di-
gerito !...
— Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe
darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce ca-
pace d'insegnarmi la strada per fuggirei
— Io te r auguro di cuore, caro burattino.
— Addio, Tonno.
— Addio, burattino ; e buona fortuna.
' — Dove ci rivedremo ?...
— Chi lo sa?... È meglio non pensarci nep-
pure ! —
XXXV.
Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova?
Leggete questo capitolo e lo saprete.
Pinoccliio, appena che ebbe detto addio al
suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in
mezzo a quel buio, e camminando a tastoni den-
tro il corpo del Pesce-cane, si avviò,' un passo
dietro r altro, verso quel piccolo chiarore che ve-
deva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazza-
vano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdruc-
ciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così
acuto di pesce fritto, che gli pareva d'essere a
mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva
rilucente e distinto: finché, cammina cammina,
alla fine arrivò : e quando fu arrivato.... che cosa
trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una
piccola tavola apparecchiata, con sopra una can-
dela accesa infilata in una bottiglia di cristallo
verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto
2G5
bianco, come se fosse di neve o di panna montata,
il qnale se ne stava lì biascicando alcuni pescio-
lini vivi, ma tanto vivi, che alle volte, mentre li
mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
N
£ Chiostri
Firenze ■■-- . « -mm.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente.
A quella vista il povero Pinoccliio ebbe un'al-
legrezza così grande e così inaspettata, che ci
mancò un ètte che non cadesse in delirio. Voleva
ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di
cose; e invece mugolava contusamente e balbet-
tava delle i)arole tronche e sconclusionate. Final-
— 266 —
mente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia,
e spalancando le braccia e gettandosi al collo del
vecchietto, cominciò a urlare:
— Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato!
Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!
Cliiojiri Carla
nrtnzt
Gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare.
— Dunque gli occhi mi dicono il vero ì — re-
plicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi. —
Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio!
— Sì, sì! sono io, proprio io! E voi mi aA^ete
digià perdonato, non è vero? Oh babbino mio,
come siete buono !... e pensare che io, invece.... Oh !
ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul
capo e quante cose mi sono andate a traverso ! Fi-
— 267 —
guratevi che il giorno che voi, povero babbino,
col vendere la vostra casacca, mi compraste l' Ab-
becedario per andare a scuola, io scappai a ve-
dere i burattini, e il burattinaio mi voleva met-
tere sul fuoco i^erchè gli cocessi il montone arro-
sto, che fu quello poi che mi dette cinque monete
d'oro, perchè le portassi a voi, ma io trovai la
Volpe e il Gatto, che mi condussero all' Osteria
del Gambero Eosso, dove mangiarono come lupi,
e partito solo di notte incontrai gli assassini che
si messero a corrermi dietro, e io via, e loro die-
tro, e io via, e loro sempre dietro, e io via, finche
m'impiccarono a un ramo della Quercia Grande,
dovecchè la bella Bambina dai capelli turchini mi
mandò a prendere con una carrozzina, e i medici,
quando m'ebbero visitato, dissero subito: « Se
non è morto, è segno che è scDipre vivo » e allora
mi scappò detta uua bugia, e il naso cominciò a
crescermi e non mi passava più dalla porta di ca-
mera, motivo i)er cui andai con la Volpe e col
Gatto a sotterrare le quattro monete d' oro, che
una l' avevo spesa all' Osteria, e il pappagallo si
messe a ridere, e viceversa di duemila monete
non trovai più nulla, la quale il Giudice quando
seppe che ero stato derubato, mi fece subito met-
tere in prigione, per dare una soddisfazione ai
ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo
— 2G8 —
d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola
e il contadino di santa ragione mi messe il col-
lare da cane perchè facessi la guardia al pollaio,
che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò an-
dare, e il serpente, colla coda che gli fumava, co-
minciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto,
e cosi ritornai alla casa della bella Bambina, che
era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi
disse: « Ho visto il tu' babbo che si fabbricava
una barchettina per venirti a cercare » e io gli
dissi : « Oh ! se avessi le ali anch' io » e lui mi disse:
« Vuoi venire dal tuo babbo! » e io gli dissi: « Ma-
gari! ma chi mi ci porta! » e lui mi disse.: « Ti ci
porto io » e io gli dissi: « Come! » e lui mi disse:
« Montami sulla groppa » e così abbiamo volato
tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori che
guardavano verso il mare mi dissero: « C'è un
pover'omo in una barchetta che sta per affogare »
e io da lontano vi riconobbi subito, perchè me lo
diceva il core, e vi feci segno di tornare alla
spiaggia....
— Ti riconobbi anch' io, — disse Geppetto — e
sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come
fare ! il mare era grosso e un cavallone m' arro-
vesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane
che era lì vicino, appena che m' ebbe visto nel-
r acqua, corse subito verso di me, e tirata fuori la
— 209 —
lingiin, mi prese pari pari, e m'inghiottì come im
tortellino di Bologna.
— E qnant' è che siete rinchiuso qui dentro ? —
domandò Pinocchio.
— Da quel giorno in poi, saranno ormai due
anni: due anni, Pinocchio mio.... che mi son parsi
due secoli !
— E come avete fatto a campare? E dove avete
trovatala candela? E i fiammiferi per accenderla,
chi ve li ha dati ?
— Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere
che quella medesima burrasca, che rovesciò la
mia barchetta, fece anche affondare un basti-
mento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma
il bastimento colò a fondo, e il solito Pesce-cane,
che quel giorno aveva un appetito eccellente,
dopo aver inghiottito me, inghiottì anche il ba-
stimento....
— Come! Lo inghiottì tutto in un boccone 1... —
domandò Pinocchio maravigliato.
— Tutto in un boccone: e risi)utò solamente
r albero maestro, perchè gli era rimasto fra i denti
come una lisca. Per mia gran fortuna, quel basti-
mento era carico non solo di carne conservata in
cassette di stagno, ma di biscotto, ossia di pane
abbrostolito, di bottiglie di vino, d'uva secca, di
cacio, di caffè, di zucchero, di candele steariche
— 270 —
e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta que-
sta grazia di Dio ho potuto campare due anni:
ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella di-
spensa non e' è più nulla, e questa candela, che
vedi accesa, è l'ultima candela che mi sia ri-
masta....
— E dopo?
— E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al
buio.
— Allora, babbino mio, — disse Pinocchio —
non e' è tempo da perdere. Bisogna pensar subito
a fuggire.
— A fuggirei., e come?
— Scappando dalla bocca del Pesce-cane e get-
tandosi a nuoto in mare.
— Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non
so nuotare!
— E che importa!... Voi mi monterete a caval-
luccio sulle spalle, e io, che sono un buon nuota-
tore, vi ijorterò sano e salvo fino alla spiaggia.
— Illusioni, ragazzo mio! — replicò Geppetto,
SCO tendo il capo e sorridendo malinconicamente.
— Ti pare egli possibile che un burattino, alto
appena un metro come sei tu, possa aver tanta
forza da portarmi a nuoto sulle spalle?
— Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sarà
scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo al-
— 271 —
meno la gran coiisolazione di morire abbracciati
iusieme. —
E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la
candela, e andando avanti per far lume, disse
al suo babbo:
— Venite dietro a me, e non abbiate paura. —
E così camminarono un bel pezzo, e traversa-
rono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-
cane. Ma giunti al x)unto dove cominciava la spa-
ziosa gola del mostro, pensarono bene di fermarsi
per dare un'occhiata e cogliere il momento op-
portuno alla fuga.
Ora bisogua sapere che il Pesce-cane, essendo
molto vecchio e soffrendo d'asma e di palpitazione
di cuore, era costretto a dormire a bocca aperta :
per ciii Pinocchio afitac^iandosi al principio della
gola, e guardando in su, potò vedere al di fuori
di quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo
di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.
— Questo è il vero momento di scappare —
bisbigliò allora, voltandosi al suo babbo. — Il Pe-
sce-cane dorme come un ghiro: il mare è tran-
quillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque,
babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi. —
Detto fatto salirono su per la gola del mostro
marino, e arrivati in quelP immensa bocca comin-
ciarono a camminare in punta di piedi sulla lin-
— 272 —
glia; una liugua così larga e così Inng^, che pa-
reva il viottolone d'un giardino. E già stavano lì
lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel
mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane star-
nuti, e nello starnutire, détte uno scossone così
violento, elle PinoccMo e Geppetto si trovarono
rimbalzati all' indietro e scaraventati nuovamente
in fondo allo stomaco del mostro.
ISTel grand' urto della caduta la candela si spen-
se, e padre e figliuolo rimasero al buio.
— E ora?... — domandò Pinocchio facendosi
serio.
— Ora, ragazzo mio, siamo beli' e perduti.
— Perchè perduti? Datemi la mano, babbino,
e badate di non sdrucciolare!...
— Dove mi conduci?
— Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me
e non abbiate jjaura. —
Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la
mano: e camminando sempre in punta di piedi,
risalirono insieme su per la gola del mostro: poi
traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre
filari di denti. Prima però di fare il gran salto, il
burattino disse al suo babbo:
— Montatemi a cavalluccio sulle spalle e ab-
bracciatemi forte forte. Al resto ci penso io. —
Appena Geijpetto si fu accomodato per bene
tói gettò neir acqua e comiuciu a luiutart;.
— 275 —
sulle spalle del figliuolo, il bravo Pinocchio, si-
curo del fatto suo, si gettò nell'acqua e cominciò
a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio:
la luna splendeva in tutto il suo chiarore, e il
Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così
profondo, che non l'avrebbe svegliato nemmeno
una cannonata. )
XXXYL
FinalDiente Pinocchio cessa d'essere nn Lurattino
e diventa un ragazzo.
Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per rag-
giungere la spiaggia, si accòrse clie il suo babbo,
il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e
aveva le gambe mezze nell' acqua, tremava fìtto
fìtto, come se al pover' uomo gli battesse la feb-
bre terzana.
Tremava di freddo o di paura? Ohi lo sai...
Forse un x)o' dell' uno e un po' dell' altra. Ma
Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di
paura, gli disse per confortarlo :
— Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arrive-
remo a terra e saremo salvi.
— Ma dov' è questa spiaggia benedetta ? —
domandò il vecchietto, diventando sempre più
inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i
sarti quando infilano l'ago. — Eccomi qui, che
guardo da tutte le parti e non vedo altro che
cielo e mare.
— Ma io vedo anche la spiaggia — disse il
— 277 —
burattino. — Per vostra regola io sono come i
gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. —
Il povero Pinocchio faceva fìnta di esser di
buon nmore : ma invece.... invece cominciava a
scoraggirsi : le forze gli scemavano, il suo respiro
diventava grosso e affannoso.... insomma non ne
poteva piÌT, e la spiaggia era sempre lontana.
Nnotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo
verso Geppetto, e disse con parole interrotte:
— Babbo mio, aiutatemi.... perchè io muoio.... —
E padre e figliuolo erano oramai sul punto di
afibgare, quando udirono una voce di chitarra
scordata che disse:
— Chi è che muore?
— Sono io e il mio povero babbo!
— Questa voce la riconosco! Tu sei Pinoc-
chio !...
— Preciso ; e tu ?
— Io sono il Tonno, il tuo compagno di pri-
gionia in corpo al Pesce-cane.
— E come hai fatto a scappare?
— Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello
che mi hai insegnato la strada, e dopo te sono
fuggito anch' io.
— Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti
prego, per V amore che porti ai tonnini tuoi
figliuoli; aiutaci, o siamo i)erduti.
18
— Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi
tutt'e due alla mia coda, e lasciatevi guidare.
In quattro minuti vi condurrò alla riva. —
1
'^>*
Giudicarono più comodo di mettersi addirittura a sedere
sulla groppa del Tonno.
Geppetto e Pinocchio, come potete immagi-
narvelo, accettarono subito l'invito; ma invece
di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo
di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del
Tonno.
-^ 279 —
— Siamo troppo pesi ? — gli domandò Pi-
nocchio.
— Pesi! I^eanclie per ombra: mi par di aver
addosso due gusci di conchiglia — rispose il Ton-
no, il quale era di una corporatura così grossa
e robusta, da parere un vitello di due anni.
Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il
primo ijer aiutare il suo babbo a fare altret-
tanto : poi si voltò al Tonno, e con voce com-
mossa gli disse:
— Amico mio, tu hai salvato il mio babbo !
Dunque non ho parole per ringraziarti abba-
stanza! Permetti almeno che ti dia un bacio,
in segno di riconoscenza eterna !... —
Il Tonno cacciò il muso fuori dell'acqua, e
Pinocchio, piegatosi coi ginocchi a terra, gli
posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A que-
sto tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il
povero Tonno, che non e' era avvezzo, si sentì
talmente commosso, che vergognandosi a farsi
veder piangere come un bambino, ricacciò il capo
sott'acqua e sparì.
Intanto s' era fatto giorno.
Allora Pinocchio, offrendo il suo l)raccio a
Geppetto, che aveva api)ena il fiato di reggersi
in piedi, gli disse :
— Ai>poggiatevi i^ure al ujìo braccio, caro bab-
— 280 —
bino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come
]e formicole, e qnando saremo stanchi, ci ripo-
seremo lungo la via.
Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli posò un affettaosissimo
bacio salla bocca.
— E dove dobbiamo andare? — domandò Gep-
petto.
— In cerca di una casa o d'una capanna, dove
ci diano per carità un boccon di pane e un po' di
imglia che ci serva da letto. —
Non avevano ancora fatti cento passi, che vi-
dero seduti sul ciglione della strada due brutti
— 281 —
ceffi, i quali stavano lì in atto di chieder 1' ele-
mosina.
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si ricono-
scevano più da quelli d'una volta. Figuratevi
che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito
coli' accecare davvero: e la Volpe invecchiata,
intignata e tutta i)erduta da una parte, non
aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella tri-
sta ladracchiola, caduta nella più squallida mi-
seria, si trovò costretta un bel giorno a vendere
perfino la sua bellissima coda a uu mereiaio am-
bulante, che la comin^ò i)er farsene uno scaccia-
mosche.
— O Pinocchio ! — gridò la volpe con voce
di piagnisteo — fai un po' di carità a questi due
Ijoveri infermi!
— Infermi! — ripetè il Gatto.
— Addio, mascherine! — rispose il burattino.
— Mi avete ingannato una volta, e ora non mi
ripigliate più.
— Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri
e disgraziati davvero!
— Davvero! — ripetè il Gatto.
— Se siete i)overi ve lo meritate. Eicordatevi
del proverbio che dice: «I quattrini rubati non
fanno mai frutto.» Addio, mascherine.
— Abbi compassione di noi !...
— 282 —
— Di noi !
— Addio, masclierine ! Eicordatevi del pro-
verbio che dice : « La farina del diavolo va tutta
in crusca. »
— Non ci abbandonare!...
— are....! — ripetè il Gatto.
— Addio, masclierine ! Eicordatevi del pro-
verbio elle dice: « Olii ruba il mantello al suo
prossimo, per il solito muore senza camicia.» —
E così dicendo. Pinocchio e Geppetto segui-
tarono tranquiUamente per la loro strada: fin-
ché fatti altri cento passi, videro in fondo amia
viottola, in mezzo ai campi, una bella capanna
tutta di paglia, e col tetto coi)erto d'embrici e
di mattoni.
— Quella capanna dev'essere abitata da qual-
cuno — disse Pinocchio. — Andiamo là, e bus-
siamo. —
Difatti andarono, e bussarono alla porta.
— Ohi è? — disse una vocina di dentro.
— Siam o un j)overo babbo e un povero figliuolo,
senza pane e senza tetto, — rispose il burattino.
— ^Girate la chiave, e la porta si aprirà, —
disse la solita vocina.
Pinocchio girò la chiave, e la porta si aprì.
Appena entrati dentro, guardarono di qua, guar-
darono di là, e non videro nessuno.
'i^p^
^ ^ F'irenz e.
— Addiu, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: " Chi ruba il mantello
al suo prossimo, per il solito muore senza camicia. „
— 285 —
— O il padrone della capanna dov'è ? — disse
Pinocchio maravigliato.
— Eccomi quassù ! —
Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il
soffitto, e videro sopra un travicello il Grillo-
parlante.
— Oli! mio caro Grillino — disse Pinoccliio,
salutandolo garbatamente.
— Ora mi eli lami il « Tuo caro Grillino » non è
vero! Ma ti rammenti di quando, per cacciarmi
di casa tua, mi tirasti un manico di martello!
— Hai ragione. Grillino! Scaccia anche me....
tira anche a me un manico di martello : ma
abbi pietà del mio povero babbo....
— Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo!
ma ho voluto rammentarti il brutto garbo rice-
vuto, per insegnarti che in questo mondo, quando
si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se
vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei
giorni del bisogno.
— Hai ragione, Grillino, hai ragione da ven-
dere; e io terrò a mente la lezione che mi hai
data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti
questa bella capanna?
— Questa capanna mi è stata regalata jeri da
una graziosa capra, che aveva la lana d' un bel-
lissimj colore turchino.
— 286 —
— E la capra dov'è andata? — domandò Pi-
nocchio, con vivissima cnriosità.
— Non lo so.
— E qnando ritornerà 1..
— Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta af-
flitta, e, belando, pareva che dicesse: « Povero
Pinocchio!... oramai non lo rivedrò più!... Il Pe-
sce-cane a quest'ora l'avrà beli' e divorato!... »
— Ha detto i^roprio così?... Dunque era lei!...
era lei!... era la mia cara Fatina!... — cominciò
a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo di-
rottamente.
Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli
occhi, e ijreparato un buon lettino di i^agiia, vi
distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò
al Grillo-parlante:
— Dimmi, Grillino, dove potrei trovare un bic-
chiere di latte i)er il mio povero babbo?
— Tre campi distante di qui c'è l'ortolano
Giangio, che tiene le mucche. Va' da lui, e tro-
verai il latte che cerchi. —
Pinocchio andò di corsa a casa dell'ortolano
Giangio : ma l' ortolano gli disse :
— Quanto ne vuoi del latte?
— Ne voglio un bicchiere pieno.
— Un bicchiere di latte costa un soldo. Co-
mincia intanto dal darmi il soldo.
— 287 —
— Non ho nemmeno un centesimo — rispose
Pinocchio, tutto mortificato e dolente.
— Male, burattino mio, — replicò l'ortolano. —
Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non
ho nemmeno un dito di latte.
— Pazienza! — disse Pinocchio, e fece l'atto
di andarsene.
— Aspetta un i)o' — disse Giaugio. — Fra te
e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti a
girare il ìnndolof
— Che cos'è il bindolo?
— Gli è quell'ordigno di legno che serve a
tirar su l'acqua dalla cisterna per annaffiare gii
ortaggi.
— Mi proverò....
— Dunque, tirami su cento secchie d' acqua, e
io ti regalerò in compenso un bicchiere di latte.
— 8ta bene. —
Giangio condusse il burattino nell'orto e gi' in-
segnò la maniera di girare il hindolo. Pinocchio si
pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su
le cento secchie d'acqua, era tutto grondante di
sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo
non l' aveva durata mai.
— Finora questa fatica di girare il bindolo —
disse l'ortolano — l' ho fatta fare al mio ciuchino;
ma oggi quel j)overo animale è in fin di vita.
— 288 —
— Mi menate a vederlo? — disse Pinocchio.
— Volentieri. —
Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla,
vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito
■C'^
/'^/K^^^'^^^^^~- »'*j'
E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino: — Chi sei?
dalla fame e dal troppo lavoro. Quando l'ebbe
guardato fìsso fìsso, disse dentro di se, turban-
dosi :
— Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi
ò fìsonoinia nuova! —
E cliinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto
asinino :
— Chi sei? —
^ 289 —
A questa domanda, il ciucliino aprì gli occhi
moribondi, e rispose balbettando nel medesimo
dialetto:
— Sono Lu....ci....gno....lo. —
E dopo ricliinse gli occhi e spirò.
— Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio
a mezza voce: e presa una manciata di paglia
si rasciugò una lacrima che gli colava giù per
il viso.
— Ti commuovi tanto per un asino che non
ti costa nulla! — disse l'ortolano. — Che cosa
dovrei far io che lo comprai a quattrini con-
tanti?
— Vi dirò.... era un mio amico....
. — Tuo amico ?
— Un mio compagno di scuola!...
— Comef! — urlò Giangio dando in una gran
risata. — Come?! avevi dei somari per compagni
di scuola?... Figuriamoci i begli studj che devi
aver fatto!... —
11 burattino, sentendosi mortificato da quelle
parole, non rispose : ma prese il suo bicchiere
dì latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna.
E da quel giorno in poi, continuò più di cinque
mesi a levarsi ogni mattina, prima dell'alba, per
andare a girare il bindolo, e guadagnare così quel
bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla sa-
— 290 —
Iute cagionosa del suo babbo. Né si contentò di
questo : perchè a tempo avanzato, imparò a fab-
bricare anche i canestri e i panieri di giunco :
e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con
moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere.
Fra le altre cose costruì da se stesso un elegante
carrettino per condurre a spasso il suo babbo
nelle belle giornate, e per fargli prendere una
boccata d'aria.
Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leg-
gere e a scrivere. Aveva comprato nel vicino paese
per x)ochi centesimi un grosso libro, al quale man-
cavano il frontesj)izlo e l'indice, e con quello fa-
ceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si ser-
viva di un fuscello temperato a uso penna; e
non avendo né calamaio né inchiostro, lo intin-
geva in una boccettina ripiena di sugò di more
e di ciliege.
Fatto sta che con la sua buona volontà d'in-
gegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo
era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo
genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva
potuto mettere da parte anche quaranta soldi per
comprarsi un vestitino nuovo.
Una mattina disse a suo padre:
— Vado qui al mercato vicino a comprarmi
una giacchettiua, un berrettino e un paio di
^ 291 —
scarpe. Quando tornerò a casa — soggiunse ri-
dendo — sarò vestito così bene, che mi scambie-
rete per un gran signore. —
E uscito di casa, cominciò a correre tutto alle-
gro e contento. Quando a un tratto sentì chia-
marsi per nome, e voltandosi, vide una bella
Lumaca che sbucava fuori dalla siepe.
— IS'on mi riconosci? — disse la Lumaca.
— Mi pare e non mi pare....
— Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava
per cameriera con la Fata dai cai)elli turchini?
non ti rammenti di quella volta quando scesi a
farti lume, e tu rinmnesti con un piede confìtto
nell'uscio di casa?
— Mi rammento di tutto, — gridò Pinocchio ! —
— rispondimi subito. Lumachina bella; dove hai
lasciato la mia buona Fata? che fa? mi ha per-
donato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre
bene? è molto lontana di qui? potrei andare a
trovarla? —
A tutte queste domande, fatte precipitosamente
e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la
sua solita flemma:
— Pinoccliio mio! La povera Fata giace in un
fondo di letto allo spedale!....
— Allò spedale?...
— Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si è
— 292 —
gmvemcnte ammalata, e non ha più da com-
prarsi un boccon di pane.
— Davvero!.. Oh! che gran dolore che mi hai
dato ! Oh ! povera Fatina ! povera Fatina ! povera
Fatina!... Se avessi un milione, correrei a portar-
glielo.... Ma io non ho che quaranta soldi.... eccoli
qui! andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo.
Prendili, Lumaca, e va' a ijortarli subito alla mia
buona Fata.
— E il tuo vestito nuovo?
— Che m'importa del vestito nuovo? Venderei
anche questi cenci che ho addosso, i^er poterla aiu-
tare! Va', Lumaca, e spicciati! e fra due giorni
ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro
soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio
babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più
per mantenere anche la mia buona mamma. Ad-
dio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. —
La Lumaca, contro il suo costume, cominciò
a correre come una lucertola nei grandi solleoni
d'agosto.
Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo
gli domandò:
— E il vestito nuovo?
— !N'on mi è stato possibile di trovarne uno
che mi tornasse bene. Pazienza!... Lo comprerò
un'altra volta. —
— 293 —
Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino
alle dieci, vegliò fino alla mezzanotte sonata!
e invece di far otto canestri di giunco ne fece
sedici.
Poi andò a letto e si addormentò. E nel dor-
mire, gli pareva di vedere in sogno la Fata, tutta
bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un
bacio, gli disse così:
— Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon
cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai
fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amo-
rosamente i propri genitori nelle loro miserie e
nelle loro infermità, meritano sempre gran lode
e grande affetto, anche se non possono esser citati
come modelli d' ubbidienza e di buona condotta.
Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice. —
A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si
svegliò con tanto d'occhi spalancati.
Ora immaginatevi voi quale fu la sua meravi-
glia quando, svegliandosi, si accòrse che non era
X)iù un burattino di legno: ma che era diventato,
invece, un ragazzo come tutti gli altri. Détte un'oc-
chiata all'intorno, e invece delle solite pareti di
paglia della capanna, vide una bella camerina am-
mobiliata e agghindata con una semplicità quasi
elegante. Saltando giù dal letto, trovò preparato
un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un
1)
— 294 —
paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una
vera pittura.
Appena si fu vestito, gli venne fatto, natural-
mente di mettere le mani nelle tasche e tirò fuori
un piccolo portamonete d' aA orlo, sul quale erano
scritte queste parole : « La Fata dai capelli tur-
chini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta
soldi, e lo ringrazia tanto del suo buon cuore. »
Aperto il portafoglio, invece di quaranta soldi di
rame, vi luccicavano quaranta zecchini d'oro tutti
nuovi di zecca.
Dopo andò a guardarsi allo specchio e gli parve
d'essere un altro. I^on vide più riflessa la solita
immagine della marionetta di legno, ma vide
r immagine vispa e intelligente di un bel fan-
ciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e
con un'aria allegra e festosa come una pasqua
di rose.
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si suc-
cedevano le une alle altre. Pinocchio non sapeva
più nemmeno lui se era desto davvero o se so-
gnava sempre a occhi aperti.
— E il mio babbo dov' è ! — gridò tutt' a un
tratto; ed entrato nella stanza accanto trovò il
vecchio Geppetto sano, arzillo e di buon umore,
come una volta, il quale, avendo ripreso subito
la sua professione d' intagliatore, stava appunto
— 295 —
disegnando una bellissima cornice ricca di fo-
gliami, di fiori e di testine di diversi animali.
— Levatemi una curiosità, babbino : ma come
si spiega tutto questo cambiamento improvviso I
f-
Gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola.
— gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e
coprendolo di baci.
— Questo improvviso cambiamento in casa no-
stra è tutto merito tuo — disse Geppetto.
— Perette merito mio?...
— Perchè quando i ragazzi, di cattivi diven-
-^ 296 —
tano buoni, hanno la virtù di far ijrendere un
aspetto nuovo e sorridente anclie nell'interno
delle loro famiglie.
— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà
nascosto !
— Eccolo là! — rispose Geppetto; e gli accennò
un grosso burattino appoggiato a una seggiola,
col capo girato sur una parte, con le braccia cion-
doloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate
a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
Pinocchio si voltò a guardarlo: e dopo che
l' ebbe guardato un poco, disse dentro di se con
grandissima compiacenza:
— Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e
come ora son contento di esser diventato un ra-
gazzino perbene !... —
FINE.
INDICE
I Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò
uu pezzo di legno, che piangeva e rideva come
un bambino Pag. 5
II Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo
amico Geppetto, il quale lo prende per fabbri-
carsi un burattino maraviglioso, che sappia bal-
lare, tirare di scherma e fare i salti mortali. 10
III Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fab-
bricarsi il burattino e gli mette il nome di Pi-
nocchio. Prime monellerie del burattino. ... 15
IV La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove
si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di
sentirsi correggere da chi ne sa più di loro. . 23
V Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una
frittata ; ma sul più bello, la frittata gli vola
via dalla finestra 27
VI Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e
la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bru-
ciati . 31
VII Geppetto torna a casa, e dà al burattino la co-
lazione che il pover' uomo aveva portata per sé. 34
Vili Geppetto rifa i piedi a Pinocchio, e vende la pro-
pria casacca per comprargli P Abbecedario . . 40
IX Pinocchio vende V Abbecedario per andare a ve-
dere il teatro dei burattini 46
— 298 —
X I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio o
gli fanno una grandissima festa ; ma sul più bello
esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio
corre pericolo di fare una brutta fine .... Pag. 51
XI Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il
quale poi difende dalla morte il suo amico Ar-
lecchino 56
XII Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete
d'oro a Pinocchio perchè le porti al suo babbo
Geppetto : e Pinocchio, invece, si lascia abbin-
dolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro. 64
XIII L'osteria del «Gambero Rosso» 72
XIV Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consi-
gli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini. 78
XV Gli assassini inseguono Pinocchio ; e dopo averlo
raggiunto lo impiccano a un ramo della Quercia
grande 84
XVI La bella Bambina dai capelli turchini fa racco-
gliere il burattino : lo mette a letto, e chiama
tre medici per sapere se sia vivo o morto . . 89
XVII .... Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol pur-
garsi ; però quando vede i becchini che ven-
gono a portarlo via, allora si purga. Poi dice
una bugia, e per gastigo gli cresce il naso ... 9Q
XVIII.. Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con
loro a seminare le quattro monete nel Campo
dei miracoli 105
XIX Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e
per gastigo si busca quattro mesi di prigione. 113
XX Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa
della Fata ; ma lungo la strada trova un ser-
pente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola. 122
XXI Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo
costringe a far da can di guardia a un pollaio. 127
— 299 —
XXII — Pinocchio scnopre i ladri, e in ricompensa di
essere stato fedele vien posto in libertà . Pag. 132
XXIII.. Pinocchio piange la morte della bella Bambina
dai capelli turchini: poi trova un Colombo,
che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta
nell' acqua per andare in aiuto del suo babbo
Geppetto 137
XXIV... Pinocchio arriva all' isola delle « Api industriose »
e ritrova la Fata 147
XXV.... Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di
studiare, perchè è stufo di fare il burattino e
vuol diventare un bravo ragazzo 157
XXVI... Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva
al mare, per vedere il terribile Pesce-cane . . 163
XXVII.. Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi com-
pagni: uno dei quali essendo rimasto ferito.
Pinocchio viene arrestato dai carabinieri . . . 169
XXVIII. Pinocchio corre pericolo di esser fritto in pa-
della, come un pesce 180
XXIX... Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette
che il giorno dopo non sarà più un burattino,
ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di
cafìfè-e-latte per festeggiare questo grande av-
venimento 189
XXX.... Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte
di nascosto col suo amico Lucignolo per il
« Paese dei balocchi » 204
XXXI... Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con
sua gran meraviglia, sente spuntarsi un bel
paio d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino,
con la coda e tutto 212
XXXII . A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e
poi diventa un ciuchino vero e comincia a ra-
gliare 226
— 300 —
XXXIII. Diventato un ciucliino vero, e portato a vendere,
e lo compra il Direttore di una compagnia di
pagliacci, per insegnargli a ballare e saltare i
cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ri-
compra un altro, per far con la sua pelle un
tamburo Pag. 238
XXXIV. Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci,
e ritorna ad essere un burattino come prima :
ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal
terribile Pesce-cane 252
XXXV.. Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi
ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete. 264
XXXVI. Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino
e diventa un ragazzo 276
FIEENZE ■ E. BEMPOKAD & FIGLIO ■ EDITORI
Via del Proconsolo, 7.
Premiati dal R. Ministero della P. I. con la Medaglia d'Oro dei BEMMERITI DELL'ISTRUZIONE.
Fanno sepilo alle AVVENTURE DI PINOCCHIO
i seguenti volumi della nostra Collezione Az-
zurra:
CIOCI A. — Lucignolo: r amico di Pinocchio,
Libro per i ragazzi, con sessantatrè illu-
strazioni di C. Chiostri L. 1 50
Legato in tela con placca speciale. 2 50
Illustrato con rara abilità dal signor C. Chiostri, questo
Lucignolo è un leggiadro romanzetto, pieno di piacevoli in-
cidenti, raccontati con garbo indefinibile, scritto in lingua
toscana, e con uno stile appropriato alla intelligenza dei ra-
gazzi. Chi ha letto le Avventure di Pinocchio ricorderà cer-
tamente Lucignolo ; quanto bene Pinocchio gli volesse, e
come con lui se ne andò di nascosto nel Paese dei Balocchi :
ora il signor Cioci narra ciò che avvenne a Lucignolo, quando
fu ritornato al mondo e fu reso alla famiglia; racconta le
sue birichinate, le sue comiche avventure, le punizioni che
gli sono inflitte e il suo ravvedimento, finche fatto uomo
ottenne largo premio della sua buona condotta. I ragazzi
leggendo questo libro si divertiranno, e, quel che più im-
porta, ne trarranno utili ammaestramenti.
so]^oj:ario
I. Come andò che Lucignolo, morto sotto le forme di un ciuchino,
ritornò al mondo com'era prima di doventar quadrupede. — II. Luci-
gnolo ritorna in famiglia. — III. Un desinare burrascoso. — IV. Gli
2 Firenze - R. Bemporad <£* Figlio - Editori.
effetti di una grossa bugia. — V. La sora Gegia se la rifa con Luci-
gnolo. — VI. La scuola di maestro Daniele e lo sproloquio della sora
Gegia. — VII. Una lezione di maestro Daniele. - Lucignolo e Moccolo
dentro la torre di Babele. — Vili. La novella della sora Nunziata e il
temporale. — IX. Gli spazzini della scuola commettono un malestro, e
per discolparsi accusano un ragazzo che non ne sapeva niente. — X. Mare
in burrasca. — XI. I sogni di Lucignolo e i terni secchi della sora Gegia.
- Lucignolo e Moccolo salano la scuola. — XII. Il viaggio in pallone. —
XIII. In cerca di Lucignolo. — XIV. La Farmacia del Papavero. —
XV. Brutti tempi ! — XVI. Un convento in rivoluzione contro una spal-
liera d'aranci. — XVII. Il diavolo non è brutto quanto si dipinge. —
XVIII. Una risoluzione del signor Amedeo. - Due animali in fuga. —
XIX. La scelta della professione di Lucignolo e i primi inconvenienti.
— XX. Il caffé della Cestola. — XXI. Lucignolo ricorre al consiglio
illuminato di Moccolo. — XXII. Terenzio che si crede accusato dal
signor Ferdinando. - I carciofi ammoniscono Terenzio. — XXIII. Effetti
del purgante. - Un malato che si vuol levare la fame. — XXIV. Le dol-
cezze della professione. - Un panierino di burro. — XXV. Lucignolo cac-
ciato dalla farmacia. — XXVI. Lucignolo falegname. — XXVII. Luci-
gnolo suonatore di violino. — XXVIII. Lucignolo manda l'orso in bot-
tega di maestro Girolamo. — XXIX. Lucignolo va in Sardegna. —
XXX. Il cambiamento di Lucignolo. — XXXI. Lucignolo cade in mano
dei briganti, fugge, rivede la latina dai capelli turchini e doventa un
signore. — XXXII. Le ventimila lire di Lucignolo.
Il libro è scritto in stile facile e spigliato: né è imbottito di tirate morali, le
quali, si dica quel che si vuole, annoiano i ragazzi: il piccolo lettore ricava la nrio-
rale da sé, dopo aver seguito le peripezie del protagonista, che è una simpatica tìgu-
retta di birichino. {La Tribuna, supplemento illustrato, 26 luglio 1896).
iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiMniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiii
CIOCI A. — Moccolo: L'amico di Lucignolo.
Libro per i ragazzi, con molte incisioni di
a Chiostri L. 1 50
Legato in tela con placca speciale a oro
e colori 2 50
Come Lucignolo richiama alla mente dei fanciulli la cara
memoria di Pinocchio, questo Moccolo richiama Lucignolo ;
cosi l'uno è pretta derivazione dell'altro, e perciò è stato
detto che nel Cioci vive il Collodi in tutto il suo si)lendore
didattico. Anco il contenuto di Moccolo è gentilmente e pia-
cevolmente accessibile alla intelligenza del fanciullo, e il
concetto educativo del libro consiste nella riabilitazione del
Firenze - B. Bemporad & Figlio - Editori. 3
protagonista, dopo una lunga serie di incidenti grotteschi,
e una sequela di avvenimenti bizzarri e semiseri. Sopra un
semplice ordito, l'autore lia tessuto un lavoro di squisita
fattura; con una rappresentazione di episodi svariati e vi-
vaci e con verità descrittiva di tipi e di linee, egli narra
tante avventure graziose, bene intrecciate insieme, e fatte
operare da uno spirito acuto ed osservatore.
so:m:mario
Prima di cominciare. — I. Un teatro di burattini attaccato alla
ruota di un barroccio. La cesta d'un'erbaiuola. — li. Le amenità del
sarto Meridiani. - Le papaline del prete e il sesso delle cicale. - Conver-
sazione in bottega del sarto. - Le pere della signora Benincasa. — III. Di-
sposizione di Moccolo per la musica. Il maestro Ademaro Radicchiotti.
— IV. Come parecchi babbi s'illudano sul conto dei propri figliuoli. - U
cencio della cioccolata. - Moccolo entra a retta dal maestro Ademaro. -
Il metodo del maestro. - La sora Filippa e la Felicita. — V. Moccolo
ritrova Fioretto. - Quello che il maestro racconta a Terenzio. - L'istru-
zione da dare a Moccolo. — VI. Moccolo in casa del maestro. - Appetito
di due ragazzi durante una passeggiata in campagna. — VII. A Ietto
senza cena. - II sor Ademaro che fa lezione. - Le braciole della Felicita,
le briciole del pane e la caduta d'un comodino. — Vili. Litigi in casa
del maestro. - I cinquecento scudi della sora Filippa. — IX. I litigi con-
tinuano : la serva e la sora Filippa se le danno. - Le ciarle della doz-
zinante. - Maestro Ademaro al Caffé della Cestola. — X. La pergola del-
l' uva salamanna. - Catastrofe imprevista. - La visita di Terenzio e la
previdenza del maestro. — XI. Il digiuno della dozzinante. - La caduta
d' un vassoio di maccheroni. - Fioretto che non dovrebbe pranzare e,
invece, pranza. - Le ricotte. — XII. Una serata allegra. - Dove si tro-
vano le ricotte. - Un equivoco della sora Filippa. — XIII. La sora Filippa
passa una giornata intera in casa della Cammilla. - II poeta contadino e
la prova del coro. - Ai ladri, ai ladri! — XIV. Un rovinio. - II caporale
Salati arresta Moccolo per ladro. - Il ratto di Moccolo. — XV. Trepi-
dazione di Terenzio. - Un atto generoso del Meridiani. - La fuga del
sor Ademaro. - Il canonico Piati racconta dell' arresto di Terenzio. —
XVI. Le riflessioni del Meridiani e i libri proibiti. - Cominciano i timori
del sarto. — XVII. La signora Benincasa e la conversazione serale presso
di lei. - II giuoco della tombola. - Un ragazzo sotto la tavola e la canina
maltese della sora Purità. — XVIII. Rivelazioni del sarto Meridiani. —
XIX. Un desinare della signora Benincasa. - Questa mette in un impiccio
il padre Geremia, poi rassicura la Cammilla sulla sorte di Terenzio e
sulla sparizione di Moccolo. - Una brutta nottata del frate. — XX. Moc-
colo in convento.- Un quarto d'ora in compagnia con i morti. -Come
il Padre provinciale riceve il ragazzo. - Viaggio di Moccolo in un cor-
bello. — XXI. Breve intermezzo esplicativo. — XXII. La provvidenza
d'un ramo di fico. - Una dozzina di miglia sul carrozzone d'un ciarla-
tano. - II moro al servizio del dottor Gragnuola. — XXIII. Il ciarlatano
in piazza. - L'antropofago Gradif. - Una boccetta miracolosa. - Musicanti
a spasso. -II caporale Salati in Maremma. — XXIV. Il barbiere Peristilio.
- Discorsi da Caffè. - Anche in Maremma si giucca a tombola. - Un'atroce
4 Firenze - B. Bemporad & Figlio - Editori.
burla al caporale Salati. - Moccolo fugge. - XXV. Primi frutti della li-
bertà. - Moccolo ritorna in famiglia. - La buona riuscita di Moccolo.
Sono notevoli la semplicità del dettato, la correttezza dello stile puramente
toscano, nonché l'eleganza dell'edizione. Nulla di artificioso nell'intreccio, il rac-
conto corre facile e spontaneo sino alla fine. L'arguzia brilla in tutto il libro, e
fra le burle grottesche, fra i tipi e le figure delineate con garbo, talune delle quali
comicissime, si cela l'insegnamento. {Il Caffaro di Genova, 23 agosto 1897).
iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiinniiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiin
€IOCI A. — Fioretto: L'amico di Lucignolo e
di Moccolo. Libro per i ragazzi, con illustra-
zioni di C. Chiostri L. 1 50
Legato in tela con placca a oro . . 2 50
Il Cioci, ingegno sobrio, equilibrato, acuto come in ge-
nerale quello de' pistoiesi; lavoratore infaticabile, tenace,
anche un po' solitario ; contro le invidie e i sorrisi compas-
sionevole senza scoramento ; scrittore schietto, arguto talora,
scorrevole sempre, sicché la limpidità dell'immagine e del
pensiero mai si nasconde e s'impiglia in gineprai di pe-
riodi, di frasi, di modi di dire involuti e contorti. Ecco le
sue qualità, e Fioretto, come Moccolo e come Lucignolo, ne
è un evidente esempio. Il libro è pieno di macchiette dise-
gnate a mano libera, ma sufficienti a dare il carattere mo-
rale delle persone ritratte, di comiche avventure, bene in-
trecciate insieme e fatte operare da uno spirito acuto e
osservatore. La morale viva e chiara, e non noiosa, va di
pari passo con la narrazione, e sprizza da ogni periodo ; il
piccolo lettore è attirato dalla varietà degli avvenimenti,
dalla loro intrinseca verità umana, da quella grazia di mondo
piccino cosi alla brava disegnata e colorata.
so]sj:m:ario
I, La Festa d i lupini. - Fioretto incomincia a farne delle sue. —
II. Chi fosse Fioretto. — III. Carità di popolo. - Il parroco don Gesualdo.
— IV. Il signor Roberto. - La sua visita al parroco. — V. Fioretto in
casa della balia. - I primi maestri di Fioretto. - Una corsa che va a finire
nel bozzo. — VI. Le ciarle della Margherita agevolano i progetti del si-
gnor Ademaro. — VII. La festa di San Ciriaco. - L' arresto della colom-
bina. - Il maestro Ademaro giuoca il tiro. — Vili. La signora Filippa
riesce a mettere nel sacco la Margherita. — IX. Incontro di Fioretto
Firenze - i?. Bemporad & Figlio - EditoH. 5
con gli spazzacamini. - Sua fuga dalla casa del maestro Ademaro. - Una
nottata nel fienile. — X. Fioretto per la cappa del camino. - Il signore
di Bella Luna. - La scoperta del tesoro. — XI. Fioretto vuota due pen-
tole. - Un asino attaccato alla rovescia. — XII. Partenza degli spazzaca-
mini dal castello di Bella Luna. - Fioretto si separa dagli spazzacamini.
- Un albergatore senza garbo. — XIII. L'asilo notturno e i suoi avventori.
- XIV. L'osteria del Gallo Rosso. — XV. Oneste gentilezze dell'oste.
- Compre fatte a buon mercato. — XVI. Tra mariuoli. - Gli effetti del
sigaro. - Un fido compagno di viaggio. — XVII. Il signor Roberto riceve
ima lettera inaspettata. — XVIII. Il prestigiatore Frassinello. - Il por-
tafoglio scomparso. - Una confidenza fatta al barbiere Ventolino. —
XIX. L'ultima rappresentazione. - Il cieco-nato che ricupera la vista
per virtù di Moccolo. - Il prestigiatore in gattabuia. - Partenza dei due
amiconi. — XX. Frassinello in carcere. - Terenzio, il Maniconi e il si-
gnor Amedeo aspettano invano l'arrivo di Moccolo. - Moccolo e Fioretto
in carcere. — XXI. Il signor Roberto cerca Fioretto. - La Margherita
racconta la morte di don Gesualdo. — XXII. Le smanie di Terenzio. -
L'interrogatorio di Moccolo e Fioretto. — XXIII. Il signor di Bella Luna
in Tribunale. - Fioretto e Moccolo al Castello. - Terenzio e il Maniconi
in cerca di Moccolo. - L'incidente del parco. — XXIV. Terenzio e il Ma-
niconi arrivano al Castello. - Il Maniconi si ammala. — XXV. A pranzo.
- Per l'eredità di Fioretto. - Il notaro Maniconi muore. - La notizia al
Caffé della Cestola e alla Farmacia del Papavero. — XXVI. Fioretto
presso il suo benefattore. - Muore anche il signor Giovanni. - Fioretto
doventa Signore di Bella Luna. — XXVII. Tre anni dopo. - La fuga di
Zoccolino. - Lucignolo, Moccolo e Fioretto dalla Veronica nel giorno
della festa di San Ciriaco. - Esito felice della colombina.
È fatto con garbo, con sentimento, con finissima osservazione della vera vita
dei fanciulli. Questo libro pei ragazzi ha divertito molto anche noi.... gente seria,
o che almeno ci stimiamo tale. {La Sentinella di Catania, 2i dicembre 1897).
niiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii^
GHISELLI E. (Egisto Elettrih). — Il fratello
di PinoCCllio, ovvero Le Avventure di Pinoc-
chino (Storia d' un altro burattino), con illu-
strazioni di A, Zar eh L. 2 —
Legato in tela con placca a oro . . 3 —
Il fratello di Pinocchio è un altro burattino di legno,
un automa maraviglioso che parla, salta, ragiona, e passa in
mezzo alle disgrazie ne più né meno che un uomo, con la
sola particolarità distintiva della sua costituzione fisica....
vegetale. La facilità e l'interesse della narrazione, come la
comicità degli episodi celano con molta saviezza insegna-
6 Firenze - R. Bemporad & Figlio - Editori.
menti e consigli che spesso col miglior volere del mondo
genitori ed educatori penano talvolta a far penetrare nel-
r animo dei giovani, mc^-itre destano l' attenzione dei ragazzi
con delle fole gioconde, e racconti di avventure ora comiche
ora strane, ma divertenti sempre.
SOMMARIO
I. La famiglia dei belli, dalla quale ebbe origine Pinocchino. —
II. Un duello che finisce bene. — III. Nascita di Pinocchino e prime sue
birichinate. — IV. Un vero amico. — V. Consiglio ed aiuto. — VI. Mae-
stro Ambrogio presenta Pinocchino alla famiglia. — VII. Pinocchino va
per la prima volta alla scuola. — Vili. Le lezioni del sor Florindo. —
IX. — Il teatro dei burattini. — X. La prima rappresentazione. — XI. Il
dramma tragicomico. — XII. Canzonatore, ma veritiero. — XIII. San-
drino l'ebanista. — XIV. La Fata dai capelli turchini. — XV. I cattivi
consigli! — XVI. Chi va per ingannar resta ingannato, r— XVII. Dalla
carcere al Tribunale. — XVIII. La condanna. — : XIX. Pinocchino é
condotto al patibolo. — XX. Il buon falco. — XXI. Il ritorno alla casa
paterna. — XXII. Un consiglio di maestro Biagio. — XXJII. Le lezioni
del signor Matteo. — XXIV. Un pranzo d'allegria in casa di Pinocchino.
— XXV. I pregiudizi. — XXVI. Il sor Medoro. — XXVII. Alla Fiera.
— XXVIII. Pinocchino va a imparare un mestiere. — XXIX. La ma-
lattia di Pinocchino. — XXX. Il sogno. — XXXI. Pinocchino muta
mestiere. — XXXII, La tromba marina. — XXXIII. Nella nuvola. —
XXXIV. Pinocchino beve molto, senza aver punta sete. — XXXV. Il
Nibbio. — XXXVI. Povertà e galantomismo. — XXXVII. Il « Paese dei
balocchi. > — XXXVIII. Menzogna. — XXXIX. Che felice incontro! —
Conclusione.
La facilità e l'interesse della narrazione, la comicità degli episodi e delle av-
venture, celano con molta saviezza insegnamenti e consigli, che spesso, col miglior
volere del mondo, genitori ed educatori penano talvolta a far peneti-are nell'animo
dei giovani. {Natura ed Arte, 15 marzo 1899).
iiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin
REMBADI MONGIARDINI G. — Il segreto
di PillOCClliO : Viaggio ignorato del celebre
burattino del Collodi. Quarta edizione cor-
retta e modificata con 73 incisioni di G.
Magni L. 2 50
Legato in tela con placca a oro . . 3 50
La signora Mongiardini, in questo Segreto di Pinocchio
ci ha dato un libro che porge nozioni svariatissime di Storia
naturale, e che non è inferiore a quelli del Collodi. Quel
Firenze - R. Bemporad & Figlio - Editori. 7
Pinocchio, creato e messo al mondo, non è morto ancora,
e non ha nessuna voglia di morire ; anzi, prendendo le mosse
dalla striscia di terra dove da un compiacente Delfino cercò
informazioni sul suo babbo perduto, egli parte alla ricerca
del genitore, e nel lungo viaggio pei mari, incontra a\^en-
ture meravigliose e perif)ezie commoventi. L' odissea del
buon Pinocchio è raccontata dalla signora Pembadi-Mon-
giardini in uno stile semplice ed elegante, con un fare brioso
che non esclude la sensibilità e l'emozione.
Il Segreto di Pin'jcchio mentre ribocca di aneddoti vi-
vaci e birichini, porge al fanciullo una infinità di nozioni
di scienze naturali. La gran varietà fa si che il libro riesca
sempre pieno d'interesse, e non ci sia una pagina noiosa.
E non solo per i fanciulli, ma anche per le persone adulte
il volume riesce dilettevole e interessante.
SOZM^IARIO
I. Dove si sa, o almeno s'indovina, perché il signor Collodi, rac-
contando le Avventure di Pinocchio, non abbia fatto cenno di questo
segreto del suo burattino. — II. Come andò che Pinocchio decise di fare
un gran viaggio col delfino. — III. Pinocchio fa esercitare la pazienza
al delfino per i preparativi del viaggio. — IV. Dove si legge come Pi-
nocchio possa, per virtù del delfino, vivere anche sott' acqua, e apprenda
tante cose mirabili. — V. Pinocchio mangia un pesce che sebbene squi-
sito gli lascia la bocca amara. — VI. Sua eccellenza Pinocchio vende luc-
ciole per lanterne, e gli succede come a quel piffero di montagna.... —
VII. Pinocchio fa conoscenza con un principe, che gli promette mari e
monti. — Vili. Per colpa dei punti cardinali. Pinocchio fa un viaggio
involontario e si fa portare in una bizzarra carrozza a quattro cavalli.
— IX. Pinocchio continua il suo viaggio, ed é tormentato da certe for-
micole di fuoco che non si vedono. — X. Pinocchio impara un po' di
nomenclatura di Storia naturale, e fa una burla a Marsovino. — XI. Il
burattino nel compire la sua impresa notturna, prima vede il mare in
fiamme, e quindi scorge dinanzi a sé un diavolo di fuoco. — XII. Pi-
nocchio dà la caccia a un'amica di Tursio e ad un tedesco di velluto:
e per le sue monellerie diventa quasi assassino. — XIII. Dove l'ingordo
Pinocchio mangia come un lupo e viene a scoprir che fior di Galantuomo
fosse il muso di zafferano. — XIV. Mentre viaggia verso l'Oceano, Pi-
nocchio fa conoscenza con un certo pesce stravagante, che non vuol
sentir parlare in lingua italiana. — XV. Continua il viaggio; e quello
stesso burattino che prima disprezzava tanto il mare, ora vorrebbe farsi
pesce, per poterci restare tutta la vita. — XVI. Pinocchio dopo aver
visto delle isole che combattono, passa di meraviglia in meraviglia e si
accerta di quanto sia vero il proverbio che dice: < Fra due litiganti il
terzo gode. > — XVII. Pinocchio mangia dei lampioncini e si trova alle
prese con un formidabile nemico, che gli succhia il naso. — XVIII. I due
giovani viaggiatori assistono, testimoni invisibili ad una lotta tremenda,
e quindi hanno la prova che finisce sempre male chi fa le cattive azioni.
— XIX. Il burattino trova delle grosse uova, e ciò gli fa nascere il de-
8 Firenze - R. Bemporad & Figlio - Editori.
riderlo di andare in cerca di spinaci per fare una frittata. — XX. Dove
si leo-cre quali gravi conseguenze possa portare il disobbedire, e dove
linalmente si scopre quale sia il terribile segreto di Pinocchio. — XXI.
Ritorno e separazione. — Epilogo.
A noi sembra II segreto di Pinocchio un libro, che oltre invogliare i fanciulli
all'apprendimento della Storia naturale, al pari di ogni altro possa essere adatta
a risvegliare in essi i più atfettuosi sentimenti dell'animo.
[La Nazione, 2o dicembre 1893).
,i„„„„„„ii iiiiiiuiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiMiiiiiiiiiiiiiiiiHiiiiiiiiiiiiiiiiiiimiiiimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii»
PICCIONI A. (Momus). — Il cugino di Pi-
nocchio. Grande romanzo umoristico, con
32 illustrazioni di (7. Sarri, copertina a due
colori di C. Chiostri e ritratto dell'Autore.
Un voi. in-8, di circa 200 pagine. . L. 2 50
Legato elegantemente in tela con placca
a oro ^
Pinocchio, r immortale Pinocchio, ha un cugino: Cecino,
il quale, da vero monello, ne fa d'ogni sorta: tutto il me-
raviglioso racconto di Mmnus è un succedersi^ non interrotto
di avventure una più umoristica dell'altra: è un libro che
tiene allegri i ragazzi, fa far loro del buon sangue e, quasi
senza parere, loro instilla i migliori precetti di morale e di
educazione. Questo elegante volume, ricco di belle illustra-
zioni, narra con molto brio le comicissime avventure del
microscopico Cecino, il quale, dopo una lunga sequela di
avvenimenti ora lieti e ora tristi, torna alla catapecchia di
Folendina e, come il cugino Pinocchio, diventa un bravo
giovinetto, tutto cuore, e studio. nini
Si può dire che, se il Pinocchio è il capolavoro del Col-
lodi, Cecino è il capolavoro di Momus ; i due libri seguono
la via del buon successo, 1" uno a fianco all' altro, come due....
cugini inseparabili.
I volumi annunziati sono spediti franchi di porto nel Repo dietro invio
di cartolina-vagUa agli Editori R. Bemporad & Figlio ■ Firenze.
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JLNDIN6SECT. SEP 25 19?^